La tregua tra Israele e Hamas regge. Un cessate-il-fuoco entrato in vigore nelle prime ore di lunedì per porre fine alla recente escalation di violenza che ha infiammato il confine tra la Striscia di Gaza e lo Stato ebraico.

Nei due giorni precedenti, almeno 450 razzi erano piovuti su Israele, centrando anche il dipartimento oncologico dell’ospedale di Ashkelon. La reazione dello Stato ebraico è stata immediata, con raid aerei e il rafforzamento della presenza di “carri armati, artiglieria e fanteria” nel territorio di confine.

Le due parti in gioco: Israele e Hamas

Si tratta dell’ennesimo scontro sul fronte caldo di Gaza, anche se, questa volta, il tempismo dell’escalation ha sollevato numerose perplessità tra gli analisti. Infatti, proprio mentre un cecchino palestinese colpiva – in chiaro segno di provocazione – alcuni soldati israeliani, le delegazioni di Israele e Hamas erano al Cairo, sedute al tavolo delle trattative.

La posta in gioco, come al solito, era la negoziazione di un accordo di pace, che prevedesse la fine del blocco di Gaza da parte di Israele, in cambio di manifestazioni palestinesi non violente.

Israele e Hamas sono due attori chiave nello scenario mediorientale: nemici giurati che, nonostante abbiano più volte invocato la distruzione della parte avversa, cercano di  raggiungere una soluzione di compromesso.

Un rapporto dettato dalle necessità, senza dubbio, ma c’è di più. Forse – come sostiene l’analista Aaron David Miller – una vera e propria convergenza di interessi. Entrambi sono impegnati a tutelare i rapporti con l’Egitto – che si erge sempre più come mediatore del conflitto israelo-palestinese – e a impedire che l’Autorità nazionale palestinese (Anp) riesca nell’impresa di riunificare Cisgiordania e Striscia di Gaza sotto il suo controllo. Ora Hamas e Israele hanno bisogno l’uno dell’altro.

Nemici giurati

Già a partire dal 1987 – anno della sua fondazione – il Movimento islamico di Resistenza (Hamas), ha basato la legittimazione della sua esistenza sulla lotta contro lo Stato ebraico. Ciò, tuttavia, non gli ha impedito di mantenere relazioni concrete con Israele.

L’esistenza di Hamas dipende fortemente da Israele e dall’Egitto. Sono questi due Paesi, infatti, a consentire o meno il trasferimento di denaro dal Qatar alla Striscia di Gaza, a stabilire la quantità di elettricità che deve essere erogata nella Striscia e a determinare i limiti marittimi entro i quali i pescatori palestinesi possono esercitare la loro professione.

L’opposizione e la dipendenza da Israele costituiscono un paradosso che si riflette anche in ambito militare: Hamas ricorre alle armi sia per mantenere la sua legittimità sia per ottenere concessioni economiche da Israele. Esprimendosi attraverso escalation controllate, il Movimento ricorderebbe periodicamente a Israele di rappresentare una potenziale minaccia, nel caso non vengano esaudite alcune sue richieste, senza tuttavia rischiare di provocare una massiccia risposta dallo Stato ebraico.

Da parte sua, Israele reputa Hamas l’alternativa più tollerabile all’interno della Striscia di Gaza. Già negli anni Settanta, infatti, prima della fondazione del Movimento, lo Stato ebraico riteneva i gruppi islamisti palestinesi uno strumento utile per controbilanciare Al-Fatah.

Una collaborazione interessata

Con il passare degli anni, Israele e Hamas si sono rivelati sempre più interessati a stipulare accordi a lungo termine. Nel maggio 2018, Hamas ha dato la disponibilità per un cessate il fuoco della durata di un anno, in cambio della fine del blocco di Gaza, del rilascio di prigionieri appartenenti ad Hamas e dello sviluppo delle infrastrutture. Fino alle più recenti e già ricordate trattative del Cairo, in cui Israele e Hamas hanno fatto promesse reciproche.

Una tale disponibilità al compromesso dimostrerebbe, secondo l’analista Aaron David Miller, quanto entrambe le parti ritengano importante la collaborazione con il “nemico”. Sia Israele che Hamas sono consapevoli dell’improbabilità che, in caso di uno scontro all’ultimo sangue, una delle due parti possa riportare una vittoria totale, senza ingenti perdite umane, militari ed economiche.

Dal canto suo, Hamas sa di aver bisogno dell’accettazione de facto da parte di Israele, per questo opera per calmare gli animi dei palestinesi. Il Movimento è anche consapevole di non aver alcuna possibilità di sconfiggere l’esercito israeliano e dell’importanza del mantenimento di buone relazioni con l’Egitto, che controlla il valico di Rafah, un’importante frontiera internazionale situata tra la Striscia di Gaza e l’Egitto.

Non è nell’interesse d’Israele condurre operazioni militari a Gaza, che potrebbero rivelarsi troppo costose sotto diversi profili, e che in ogni caso lo distrarrebbe dal fronte con la Siria. Hamas, inoltre, si è dimostrata anche una controparte con la quale si riesce a negoziare e il suo allontanamento da Gaza creerebbe un vacuum facilmente colmabile da gruppi jihadisti più pericolosi, tra i quali lo Stato islamico, i cui fedelissimi sono molto presenti nella vicina Penisola del Sinai, o il Jihad islamico, responsabile della recente escalation di violenza proprio nella Striscia.

Entrambe le parti, insomma, beneficiano dello status quo. Non sostenendo l’Autorità Palestinese e non raggiungendo un accordo definitivo con Hamas, Israele si assicura che non venga raggiunta una soluzione a due Stati. Così anche il Movimento, nel tentativo di prendere il posto dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), caldeggia il mantenimento di una soluzione “a tre Stati”.