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Haiti è sull’orlo di una nuova crisi umanitaria e sociale. Nella capitale Port-au-Prince migliaia di persone sono scese in strada inscenando violente proteste e lamentandosi della scarsità di carburante, del rincaro del costo della vita e della corruzione governativa. Il presidente Jovenel Moïse continua così ad essere nell’occhio del ciclone ed è stato costretto a non partecipare ai lavori dell’assemblea Generale dell’Onu ed a rivolgersi direttamente alla nazione, questo mercoledì, appellandosi alla calma. Non è servito a nulla ed almeno quattro persone hanno già perso la vita negli scontri, un bilancio destinato a crescere. I dimostranti hanno eretto barricate improvvisate nelle strade ed in alcuni casi hanno saccheggiato e dato fuoco a negozi, rivenditori di automobili e banche. Almeno una stazione della polizia è stata assaltata dalla folla ed è ora ridotta in cattive condizioni. Il timore è che le devastazioni e gli scontri possano degenerare sempre di più e portare al collasso del già debole sistema politico.

Il baratro è vicino

Haiti è la nazione più povera delle Americhe, con almeno sei milioni di abitanti, su undici in totale, che vivono con meno di 2.41 dollari al giorno, quindi sotto la soglia di povertà e di questi almeno due milioni e mezzo sopravvivono con meno di un dollaro e ventitré centesimi al giorno, un dato che li pone in una situazione di miseria estrema.  L’economia cresce in maniera stentata, appena l’1.2% nel 2017 e l’1.5% nel 2018 e l’indice di sviluppo umano pone questo sfortunato Paese alla posizione numero 163 su un totale di 188, allo stesso livello di molte nazioni africane. Lo Stato caraibico importa petrolio dal Venezuela e la grave crisi che ha colpito Caracas ha causato una drastica riduzione dell’invio dell’oro nero. Questo a sua volta ha portato la rabbia popolare ad esplodere già due volte quest’ anno ed a paralizzare le attività commerciali. Una grave carestia che colpisce da circa un anno il nord-est e la chiusura dei confini terrestri da parte della Repubblica dominicana, che forniva cibo al Paese, sono stata ulteriore benzina su un fuoco che rischia di bruciare sempre di più. Il tasso di inflazione è di circa il 20%, la valuta nazionale continua a perdere valore ed il governo ha un enorme debito arretrato da pagare nei confronti dei fornitori di carburante. Un quadro desolante e senza speranza che si unisce ad una grave instabilità : l’esecutivo non è riuscito a far passare il proprio budget negli ultimi due anni, il presidente Moïse è sempre più impopolare e la sua promessa di fornire elettricità, dal mese di giugno e senza interruzioni non è stata rispettata.

Il quadro politico ed i cataclismi naturali

La presenza di alti livelli di corruzione, la cattiva gestione dell’economia nazionale ed il veloce succedersi di governi impopolari hanno contribuito a rendere la popolazione sempre più scettica circa un possibile miglioramento delle proprie condizioni di vita. Jovenel Moïse è stato eletto capo di Stato in seguito alle contestate vicende elettorali del 2016-2017, quando le prime consultazioni vennero annullate per irregolarità e poi ripetute ed il suo consenso nel Paese pare ridotto ai minimi termini mentre il suo predecessore, Michel Martelly, aveva governato per decreto per più di un anno ed aveva rinviato le elezioni per due volte.

L’ex presidente Jean-Bertrand Aristide, invece, era stato deposto per ben due volte, nel 1991 e nel 2004, da colpi di Stato. Il mancato sviluppo economico di Haiti non è però solamente dovuto all’instabilità politica o ad una cattiva pianificazione, i ricorrenti disastri naturali giocano infatti un ruolo fondamentale nella questione. Almeno dieci uragani o tempeste tropicali hanno colpito, dal 1998 al 2018, il Paese causando ingenti distruzioni e perdite di vite umane. Nel 2010 un sisma di magnitudo 7 sulla scala Richter ha raso al suolo moltissimi immobili e provocato la morte di trecentomila persone. Un disastro immane che ha acuito ancora di più la grave situazione che affligge la nazione. La rabbia popolare continuerà ad esplodere, come sta accadendo in questi giorni, finché la comunità internazionale non aiuterà in maniera risolutiva il governo a prendersi cura della popolazione ed a garantirgli condizioni di vita umane. Haiti, divenuta indipendente nel 1804 in seguito ad una rivolta di schiavi contro le autorità coloniali francesi, è territorialmente vicina agli Stati Uniti ma anche la Cina sembra interessata a migliorare le proprie relazioni con la piccola nazione caraibica, che è una delle poche al mondo a riconoscere Taipei e non Pechino. Il lento dissolversi delle istituzioni politiche locali potrebbe portare allo scoppio di una vera e propria bomba umanitaria, che andrebbe a generare immani ed ulteriori sofferenze alla popolazione e di cui la comunità internazionale si dovrà certamente occupare.