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Haiti ha compiuto un’impresa storica: martedì 18 novembre ha battuto il Nicaragua per 2-0, ottenendo la qualificazione ai Mondiali di calcio dell’estate 2026. Si tratta del ritorno della selezione caraibica nella massima competizione del calcio globale, a cui non si qualificava dall’edizione del 1974, quando affrontò anche l’Italia (perdendo per 3-1).

L’impresa non è tale solamente per ragioni sportive, ma anche sociali, dato che stiamo parlando di un Paese con problemi molto seri di povertà e d’instabilità politica. Basti pensare che, per ragioni di sicurezza, la squadra haitiana non ha potuto giocare in casa propria nelle gare di qualificazione, venendo ospitata invece sul campo neutro di Curaçao.

L’immagine del successo di Haiti è un video, circolato molto sui social negli scorsi giorni, in cui l’attaccante Duckens Nazon, incita i compagni prima della partita contro il Nicaragua. “C’è gente che non ha un soldo in tasca, che non ha niente. Contano solo su di noi. Possiamo farli sorridere, possiamo farli piangere di gioia”, diceva Nazon, sottolineando l’importanza di un traguardo non solo sportivo, ma soprattutto sociale.

Con un PIL pro capite a parità del potere d’acquisto di 2.800 dollari, Haiti risulta essere il Paese più povero del continente americano. L’80% dei suoi 9 milioni di abitanti vive al di sotto della soglia di povertà, il 75% abita nelle baraccopoli, e il 47% delle persone sopra i 15 anni d’età è analfabeta. Una situazione drammatica che dura da anni, ma che ha finito addirittura per aggravarsi di recente.

Una crisi politica perenne

Dall’assassinio del Presidente Jovenel Moïse, nel luglio 2021, il Paese è sprofondato nel caos e in una crescente spirale di violenza. Si sono susseguiti due diversi capi di Stato, e oggi il potere è nelle mani di un Consiglio presidenziale di transizione, che in un anno e mezzo ha cambiato tre volte il proprio presidente. Nel frattempo, gran parte del territorio nazionale, compresi anche molti quartieri della capitale Port-au-Prince, è controllato dalle bande criminali.

A fine settembre, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato l’invio di 5.500 soldati e poliziotti ad Haiti, nel tentativo di sconfiggere le gang e garantire la sicurezza della popolazione. Nonostante ciò, pochi giorni dopo Medici Senza Frontiere annunciava la chiusura del proprio centro nel quartiere Turgeau di Port-au-Prince, dopo che nel marzo precedente i suoi operatori erano stati attaccati da uomini armati.

Ad aprile, dopo che un assalto alla prigione di Mirebalais aveva portato all’evasione di 500 prigionieri e a una nuova ondata di violenze, la calciatrice dell’Olympique Lione Melchie Dumornay aveva pubblicato un post su Instagram per chiedere la fine della guerra civile nel suo Paese natale. È servito a poco, e anzi a peggiorare ulteriormente le cose è arrivato, poche settimane fa, l’uragano Melissa. La calamità naturale ha causato la morte di almeno 43 persone, più numerosi altri danni.

La qualificazione della Nazionale di calcio maschile ai Mondiali arriva quindi ad alleviare un momento tragico per la popolazione haitiana. Eppure, questa gioia rischia di essere di breve durata. Il travel ban imposto da Donald Trump a giugno di quest’anno proibisce infatti l’accesso negli Stati Uniti ai cittadini di Haiti. Sono previste eccezioni per gli atleti e i dirigenti delle squadre impegnate in competizioni internazionali, come sarà appunto la Coppa del Mondo, ma non per i tifosi.

Il giornalista di The Athletic Adam Crafton ha confermato, dopo aver sentito il Dipartimento di Stato degli USA, che sarà molto difficile che i tifosi haitiani possano ottenere il via libera per entrare nel Paese e seguire le partite della squadra. A questo punto, la palla passa alla FIFA, che il 5 dicembre prossimo terrà il sorteggio dei gironi del Mondiale. In via del tutto eccezionale, si potrebbe decidere di collocare Haiti (e l’Iran, che si trova nella medesima situazione) in un girone non ospitato sul territorio statunitense, ma in Canada o in Messico, gli altri due organizzatori dell’evento.

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