C’è la longa manus degli Stati Uniti dietro il caos politico esploso ad Haiti lo scorso 7 luglio scorso, giorno in cui è stato assassinato nella sua residenza privata il Presidente Jovenel Moïse? Secondo quanto riportato dalla Cnn e dal Miami Herald, alcuni dei sospettati coinvolti nell’assassinio di Moïse erano ex informatori delle agenzie statunitensi, fra le quali la Dea, l’agenzia federale antidroga Usa facente capo al dipartimento di giustizia. Uno dei sospettati è Joseph Vincent, che la stessa agenzia ha ammesso essere un suo ex informatore, salvo negare ogni coinvolgimento del governo americano nel complotto contro il Presidente haitiano. La Dea avrebbe altresì consigliato a Vincent di consegnarsi alle autorità.

Omicidio Moïse, un sospettato era un informatore della Dea

Vincent, 55 anni, è stato identificato dalle autorità haitiane durante il fine settimana fra i sospettati insieme a un altro emigrato haitiano della Florida del sud di nome James Solages, 35 anni, che fino ad aprile era direttore della manutenzione in un centro per anziani a Lantana. Entrambi gli uomini hanno detto agli investigatori di essere stati assunti come traduttori. Una fonte vicina a Vincent, parlando a condizione di anonimato a causa della situazione instabile ad Haiti, che ha chiesto la presenza di truppe statunitensi sul suo suolo, ha confermato che l’uomo era un ex informatore dell’agenzia antidroga. Un’altra fonte, riporta sempre il Miami Herald, ha rivelato che Joseph Vincent si faceva chiamare, in realtà, “Oliver”.

“Un funzionario della Dea di stanza ad Haiti ha esortato il sospettato a arrendersi alle autorità locali e, insieme a un collega del dipartimento di Stato americano, ha condiviso informazioni con il governo haitiano che ha assistito alla consegna e all’arresto del sospettato e di un altro individuo”. Dopo l’assassinio del presidente Moïse, il sospettato avrebbe contattato la Dea e probabilmente rivelato il suo potenziale coinvolgimento nel complotto. Una vicenda assurda, se si pensa che gli aggressori che hanno ucciso il presidente, secondo alcuni rapporti, avrebbero gridato con un altoparlante che era in corso un raid della Dea. “La Dea è a conoscenza di rapporti secondo cui gli assassini del presidente Moïse hanno urlato ‘Dea’ momento dell’attacco. Questi individui non agivano per conto dell’agenzia”, ha sottolineato la fonte interna al Miami Herald. Secondo la Cnn, anche altri sospettati nel complotto contro Moïse avrebbero avuto in passato legami con le agenzie governative statunitensi, fra le quali l’Fbi.

Miami al centro del complotto

Miami sarebbe quindi la capitale del complotto contro l’ex presidente haitiano. Come riportato dall’agenzia Adnkronos, Miami è stata la rampa di lancio degli gli haitiani americani cpinvolti a vario titolo nell’assassinio di Jovenel Moïse. Fra questi c’è il medico Christian Emmanuel Sanon, arrestato a Port au Prince ed indicato dalla polizia come la mente dietro all’omicidio. Oltre ai legami con Miami e con la Florida dei già citati Joseph Vincent e James Solage, c’è da sottolineare il fatto che a Doral, vicino all’aeroporto della città della Florida, ha sede la Counter Terrorist Unit Federal Academy, la società di sicurezza usata da Sanon per arruolare i mercenari, in gran parte ex militari colombiani, che hanno condotto l’operazione.

“Haiti centrale per gli interessi americani”

Molto probabilmente non ha nulla a che fare con l’uccisione del presidente haitiano, ma nei rapporti fra gli Stati Uniti e lo stato situato nell’isola di Hispaniola vale la pena citare l’impegno profuso dall’Usaid, Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale. Come sottolinea un documento strategico risalente al 2017, la regione caraibica, secondo il governo americano, rappresenta il “terzo confine” degli Stati Uniti, caratterizzati da “interessi comuni” e “legami sociali” che producono “benefici quotidiani e tangibili per i cittadini statunitensi”. Ad Haiti, in particolare, “vivono oltre 11 milioni persone, e il Paese è tra i più grandi dei Caraibi, con una popolazione vicina a quella di Cuba e della Repubblica Dominicana, con cui condivide l’isola di Hispaniola. Molti haitiani hanno stretti legami personali con gli Stati Uniti; circa 868.000 persone di origine haitiana vivono negli Stati Uniti, di cui circa 676.000 sono nati all’estero; decine di migliaia di haitiani viaggiano da e per gli Stati Uniti ogni anno”.

Pertanto, è nell’interesse degli Stati Uniti garantire una Haiti “prospera, stabile e democratica” che così “avvantaggia gli Usa riducendo le cause profonde dell’immigrazione irregolare” e fornendo altresì a Washington “importanti opportunità economiche”. All’indomani dell’assassinio del presidente Moïse, assicura la Casa Bianca in una nota, “il dipartimento di Giustizia, insieme al dipartimento per la Sicurezza interna, stanno fornendo assistenza per sostenere le autorità haitiane nella conduzione di un’indagine approfondita sull’attacco del 7 luglio”. In risposta a una recente richiesta del governo di Haiti di supporto alla sicurezza, il Dhs “sta inviando esperti della Transportation Security Administration (Tsa) e della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (Cisa) per lavorare con le loro controparti haitiane per migliorare la sicurezza dell’aviazione e delle infrastrutture critiche”, oltre a fornire supporto per garantire le imminenti elezioni. Washington, dunque, vede Haiti come un suo avamposto strategico nei Caraibi e non intende rinunciarvi.

Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY