Haibatullah Akhundzada, il mullah che governa l’Afghanistan con l’assenza

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Nella storia dei Taliban il potere non ha mai avuto bisogno di mostrarsi troppo. Il mullah Omar governava attraverso messaggi, emissari e apparizioni rarissime. Haibatullah Akhundzada ha portato questo metodo alle conseguenze estreme: la sua assenza non rappresenta una debolezza, ma uno strumento di comando. Più il capo rimane irraggiungibile, più la sua figura può essere presentata come superiore alle rivalità personali e alle lotte tra fazioni.

Secondo la ricostruzione di Ajmal Sohail, Haibatullah nacque nel 1967 nel distretto di Panjwai, nella provincia di Kandahar, all’interno di una famiglia di religiosi. Studiò il Corano, il diritto islamico e la lingua araba sotto la guida del padre e di altri autorevoli studiosi. Dopo la rivoluzione comunista del 1978 e l’intervento sovietico dell’anno successivo, la famiglia riparò in Pakistan. La fonte sostiene che il giovane Haibatullah avrebbe ricevuto addestramento militare in un campo situato nella regione di confine del Belucistan, sotto la supervisione del generale pakistano Yasub Dogar. Questo particolare, tuttavia, non risulta confermato in modo indipendente da fonti pubbliche autorevoli. Le biografie più diffuse descrivono Akhundzada soprattutto come giurista e autorità religiosa, non come comandante operativo. È invece storicamente documentato che il Pakistan offrì per decenni rifugio, collegamenti e profondità logistica ai movimenti armati afghani.

Il religioso scelto per tenere insieme i comandanti

Haibatullah divenne capo dei Taliban nel maggio 2016, dopo l’uccisione del mullah Akhtar Mansour in un attacco statunitense. La sua nomina rispondeva a una necessità: evitare che il movimento si dividesse tra Sirajuddin Haqqani, espressione della potente rete militare omonima, e Mohammad Yaqoob, figlio del mullah Omar.

Fu quindi scelto un uomo apparentemente meno ingombrante, privo di un proprio grande esercito personale ma dotato dell’autorità religiosa necessaria per legittimare gli altri. Era il candidato del compromesso. Si è trasformato nel sovrano assoluto.

Dopo la conquista di Kabul nell’agosto 2021, Haibatullah ha progressivamente trasferito il centro effettivo del potere verso Kandahar. Kabul ospita ministeri, funzionari e ambasciate; Kandahar decide. I rapporti delle Nazioni Unite hanno registrato il crescente controllo esercitato dall’emiro sulle nomine e sulle principali decisioni governative, compreso il rafforzamento dell’apparato religioso attorno alla sua persona. Nel 2026 l’Onu continua a descrivere un sistema diretto attraverso decreti e privo di autentici contrappesi istituzionali.

La forza militare e la fragilità della successione

Sul piano militare, i Taliban dispongono di un vantaggio decisivo: non esiste oggi una forza interna capace di contendere loro stabilmente il controllo dell’intero Paese. I gruppi della resistenza possono colpire localmente, ma non possiedono continuità territoriale, aviazione, artiglieria pesante né sostegno esterno sufficiente per rovesciare l’emirato.

La minaccia più pericolosa proviene dallo Stato islamico nel Khorasan, che tenta di dimostrare che i Taliban non sono in grado di proteggere moschee, minoranze, funzionari e interessi stranieri. L’altra questione è rappresentata dal Movimento dei Taliban pakistani, attivo lungo la frontiera e divenuto motivo di scontro tra Kabul e Islamabad. Nell’agosto 2026, il Consiglio di sicurezza ha ribadito che le organizzazioni presenti in Afghanistan conservano capacità e intenzione di condurre attentati oltre confine. Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite

La struttura talebana rimane però vulnerabile proprio nel suo vertice. Haibatullah tiene insieme autorità religiosa, comandanti provinciali, rete Haqqani e ministero della Difesa guidato da Yaqoob. La sua morte o incapacità potrebbe aprire una lotta per la successione. L’assenza di regole trasparenti, utile per proteggere il capo, diventerebbe allora un fattore di instabilità.

Il paradosso del Pakistan

L’ascesa di Haibatullah mostra anche il fallimento della tradizionale strategia pakistana. Islamabad considerava i Taliban uno strumento con cui ottenere profondità strategica contro l’India e controllare il proprio retroterra occidentale. Ma l’Afghanistan talebano non si comporta come un protettorato.

Kabul rifiuta di riconoscere definitivamente la linea di frontiera ereditata dall’epoca coloniale e non elimina le basi del movimento talebano pakistano. Il dispositivo costruito dal Pakistan per controllare l’Afghanistan rischia così di alimentare l’instabilità dello stesso Pakistan.

Cina, Russia, Iran e repubbliche dell’Asia centrale adottano una politica più pragmatica. Non condividono il sistema talebano, ma vogliono impedire che l’Afghanistan torni a essere una piattaforma per organizzazioni armate transnazionali. Pechino guarda inoltre alle risorse minerarie e ai corridoi commerciali; Mosca alla sicurezza dell’Asia centrale; Teheran alle acque, ai profughi e alla minoranza sciita.

Un’economia che cresce senza svilupparsi

L’emirato ha ottenuto una relativa stabilizzazione monetaria, una maggiore riscossione fiscale e una riduzione della corruzione amministrativa più visibile. Ma stabilità non significa sviluppo. Secondo la Banca mondiale, l’economia afghana sarebbe cresciuta del 4,3 per cento nel 2025, mentre il reddito per abitante sarebbe diminuito del 4 per cento a causa dell’aumento della popolazione e del ritorno di milioni di profughi. Il disavanzo delle partite correnti avrebbe raggiunto il 36,1 per cento del prodotto interno lordo. Banca mondiale

L’esclusione delle donne dall’istruzione e da gran parte del lavoro distrugge capitale umano, riduce il reddito delle famiglie e allontana investimenti e aiuti. Nel luglio 2025 la Corte penale internazionale ha emesso contro Haibatullah un mandato di arresto per la presunta persecuzione di donne e ragazze. Corte penale internazionale

Haibatullah può dunque controllare l’Afghanistan, ma non trasformarlo. Il suo potere si fonda sull’obbedienza, sulla frammentazione degli avversari e sulla paura del ritorno alla guerra civile. È sufficiente per conservare il regime; non per costruire uno Stato prospero. L’emiro invisibile rappresenta la forza dei Taliban, ma anche il loro limite: tutto dipende da un uomo che quasi nessuno vede e del quale nessuno conosce davvero i progetti, la salute o il successore.

Fonti

https://www.afintl.com/en/202605266814

https://www.voanews.com/a/unseen-taliban-leader-wields-godlike-powers-in-afghanistan-/7026112.html

https://www.rusi.org/explore-our-research/publications/commentary/taliban-upholds-status-quo-their-choice-emir

https://www.icc-cpi.int/news/situation-afghanistan-icc-pre-trial-chamber-ii-issues-arrest-warrants-haibatullah-akhundzada

https://www.worldbank.org/en/news/press-release/2026/05/26/afghanistan-s-economy-shows-resilience-but-living-standards-are-falling