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Un equilibrio che si è spezzato. Nella provincia di Hadramawt lo scontro che da mesi veniva evocato come ipotesi sta diventando realtà. Le ultime ore hanno mostrato con chiarezza che la competizione tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non è più un confronto politico, ma un conflitto a cielo aperto combattuto attraverso le loro milizie locali. È un passaggio decisivo in un quadro yemenita dove l’intera architettura di influenze, alleanze e contrappesi rischia di collassare.

Le due potenze del Golfo, teoricamente alleate, hanno ormai strategie divergenti che non trovano più margine di conciliazione. Gli Emirati hanno costruito negli anni una rete di forze locali fedele ad Abu Dhabi, dal Consiglio Transitorio del Sud alle Brigate dei Giganti, passando per i reparti vicini a Tariq Saleh. La loro ambizione è controllare direttamente il sud del Paese, dalle coste ai giacimenti. I sauditi, al contrario, vogliono un sud che resti sotto il loro ombrello politico e che non diventi una sorta di protettorato emiratino. Hadramawt, ricca di petrolio e strategica dal punto di vista territoriale, è il punto in cui queste visioni sono entrate in collisione.

L’altopiano del petrolio come campo di battaglia

Gli ultimi movimenti militari nella piana di Masila rendono evidente la posta in gioco. L’articolata rete di giacimenti, infrastrutture e oleodotti che attraversa i blocchi numerati della regione è la principale fonte energetica dello Yemen meridionale. Controllarla significa avere leve economiche, politiche e territoriali. Per gli Emirati è il tassello centrale del progetto di creare una forza parallela che ricordi il modello sudanese, capace di gestire flussi e risorse indipendentemente da Riad. Per l’Arabia Saudita è un limite invalicabile: cedere Hadramawt equivarrebbe a perdere la presa su un pezzo determinante del puzzle yemenita.

Da giorni le forze del Consiglio Transitorio del Sud hanno spostato uomini, blindati e artiglieria dai loro feudi di Aden, Lahj e Shabwa verso la costa di Mukalla e poi sull’altopiano. Hanno occupato posti di controllo, posizioni strategiche e vie di accesso ai giacimenti. Dall’altra parte le tribù di Hadramawt, sostenute e armate dai sauditi, hanno risposto con una mobilitazione massiccia. Gli uomini della Confederazione Tribale e della Forza di Protezione di Hadramawt, insieme ai reparti della Prima Regione Militare, tengono ora le alture e le strade interne.

Lo scontro armato registrato nelle ultime quarantotto ore nella zona di Masila conferma quanto la situazione sia precipitata. Le immagini circolate sui media locali mostrano sparatorie, movimenti di mezzi militari e posizioni contese metro per metro.

Il coinvolgimento diretto di Riad

Il segnale più importante è arrivato con l’atterraggio a Seiyun di un aereo cargo saudita carico di armi, missili anticarro e fondi destinati alle forze locali. È un gesto che non lascia spazio a dubbi: Riad ha deciso di sostenere apertamente la resistenza tribale e considera la manovra emiratina un’invasione vera e propria.

Riad avrebbe persino fissato un ultimatum di ventiquattro ore allo schieramento del Consiglio Transitorio del Sud, minacciando l’intervento dell’aviazione. Voci non confermate, ma plausibili, vista la rapidità della mobilitazione saudita e la percezione di un rischio strategico imminente. La reazione degli uomini dell’STC, alcuni dei quali si sarebbero ritirati verso Mukalla temendo bombardamenti, conferma che la minaccia è stata presa sul serio.

Anche l’imbarazzo dei reparti legati a Tariq Saleh, prima entrati in scena e poi costretti a cancellare le proprie dichiarazioni pubbliche, mostra quanto la pressione saudita sia stata intensa.

Hadramawt come baricentro del conflitto

La ragione di tanta tensione è semplice: Hadramawt produce la maggior parte del petrolio yemenita ancora esportabile. In un Paese devastato da dieci anni di guerra, è una ricchezza che pesa assai più delle complesse dispute ideologiche che hanno segnato il conflitto negli anni passati. Chi controlla il petrolio controlla le entrate, le fedeltà locali, le reti logistiche e, in ultima istanza, la possibilità di mantenere milizie e apparati di sicurezza.

Ogni potenza del Golfo ha una propria visione dello Yemen. Gli Emirati puntano su enclavi costiere e forze parallele che garantiscono libertà di manovra economica e militare. I sauditi privilegiano un assetto centralizzato e compatibile con i loro interessi di sicurezza sul lungo confine con lo Yemen. Hadramawt rappresenta l’ultimo grande territorio indefinito nel sud: se Abu Dhabi lo conquistasse, lo Yemen meridionale diventerebbe un mosaico in cui il peso saudita sarebbe drasticamente ridimensionato.

Il rischio di una guerra diretta per procura

La situazione è oggi congelata in uno stallo armato, ma il margine è sottilissimo. La presenza di migliaia di combattenti tribali, l’accumulo di mezzi pesanti e l’ingresso di rinforzi da entrambi i lati rendono lo scenario altamente instabile. Basta un incidente, una pattuglia che fraintende un ordine, un colpo isolato, e l’intero fronte potrebbe aprirsi.

Se ciò accadesse, si tratterebbe della prima guerra diretta tra forze sostenute da Arabia Saudita e Emirati dall’inizio della crisi yemenita. Un evento che avrebbe conseguenze esplosive non solo per il Paese, ma per l’intero equilibrio del Golfo.

Le due potenze hanno finora mantenuto un’apparenza di coordinamento, ma il conflitto yemenita ha sempre mascherato rivalità profonde. Hadramawt è il punto in cui queste tensioni stanno venendo allo scoperto. Ed è anche il luogo in cui si misurerà fino a dove sono pronte a spingersi due potenze che, pur dichiarandosi alleate, competono per influenza, risorse e prestigio.

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