Il Capo di Stato Maggiore israeliano Eyal Zamir avrebbe detto in una riunione riservata che il governo dovrebbe abbandonare certe “fantasie” sul confronto con Hamas a Gaza. Notizia prima non commentata dall’esercito, di fatto una tacita ammissione, e poi smentita, probabilmente su pressioni politiche, come dichiarato con assoluta certezza al Jerusalem Post da una fonte confidenziale.

La constatazione realistica di Zamir sarebbe basata anzitutto sullo status dell’esercito israeliano, che dopo un anno e mezzo di guerra mostra chiari segni di logoramento, come annota sempre il Jerusalem Post citato e come conferma un servizio di Channel 12 che registra il progressivo distacco della popolazione israeliana dalla guerra di Netanyahu, da cui il rifiuto dei riservisti di presentarsi alla leva.
Se dopo il 7 ottobre i riservisti correvano ad arruolarsi, registrando dal 100% al 300% di risposte positive alla chiamata alle armi, attualmente si registra il 50%, al massimo il 70% di adesioni. Così che l’esercito deve correre ai ripari arruolando personale via social, annota Channel 12. Va da sé che tutto ciò va a tutto nocumento delle capacità dell’IDF.
Così, nonostante Gaza sia diventata una vera e propria “fossa comune per i palestinesi e chi li aiuta”, come denuncia Médicins sans frontières, l’esercito israeliano non ha ancora raggiunto quegli obiettivi che brandiva come più che alla portata all’inizio dell’invasione. Né sembrano all’orizzonte.

Il parallelo Gaza-Vietnam
Tanto che Aluf Benn, su Haaretz, fa un parallelismo alquanto audace in un articolo dal titolo: “18 mesi di guerra e arroganza: i leader israeliani dovrebbero leggere ciò che Moshe Dayan ha imparato in Vietnam”.
Nella nota ricorda il reportage sulla guerra del Vietnam redatto da Moshe Dayan per il Maariv, che lo ingaggiò a tale scopo quando, ormai ritiratosi dal servizio attivo, sedeva sui banchi dell’opposizione alla knesset.
Il generale israeliano comprese subito “l’inutilità” della campagna militare americana e quel che annotava, scrive Benn, vale per il presente, dal momento che esistono forti analogie tra quella lontana guerra made in Usa e il conflitto in cui si è impelagato Israele.
“Gli addetti alle pubbliche relazioni americani che decantavano i successi militari del loro esercito all’ospite israeliano – scrive Benn – assomigliano stranamente ai portavoce dell’IDF nella guerra attuale: numero di nemici caduti, percentuale di territorio ‘sotto il nostro controllo”.
“Dayan non ne era impressionato. Vedeva chiaramente che i Viet Cong, al momento del ritiro delle forze statunitensi, avrebbero semplicemente rioccupato tutte le aree che gli americani ritenevano di aver ‘bonificato’. Proprio come Hamas a Gaza, dal momento che si è scoperto che ha ancora 20.000 combattenti e centinaia di chilometri di tunnel [ancora utilizzabili] dopo essere stata presumibilmente sconfitta e decapitata”.
“A Gaza non c’è il fango del Vietnam, ma i parallelismi tra le due guerre sono impressionanti. Come i comandanti delle IDF di oggi, i generali americani di allora manifestavano uno spirito aggressivo, confidando nella schiacciante potenza di fuoco e sulla tecnologia avanzata che il nemico non aveva, e dimostrando indifferenza verso i ‘danni collaterali’ inflitti ai civili vietnamiti, bombardati e sfollati, proprio come l’alto comando delle IDF ignora le vittime civili palestinesi a Rafah, Shuja’iyya e Khan Yunis”. Parallelo qualitativo che va modulato con un dato quantitativo, dal momento che la scala delle stragi vietnamite è imparagonabile agli orrori di Gaza.
Hamas come i Viet Cong?
Al di là del particolare, e per tornare ad Haaretz, Benn non dimentica le differenze tra i due conflitti, con gli Usa che operavano molto lontano dalla madrepatria in un conflitto scevro dalle pulsioni proprie del “fanatismo religioso”; né gli Usa avevano subito un attacco in stile 7 ottobre (allo stesso tempo, però, si può aggiungere che i vietnamiti non avevano subito decenni di brutale oppressione da parte degli americani).
Nonostante tali parallelismi, prosegue Benn, il governo israeliano continua a perseguire la strada che condusse l’America alla sconfitta, con Netanyahu che “non promette più una vittoria totale, riponendo le sue speranze nell’accoglienza dei rifugiati palestinesi da parte di Paesi lontani”.
“Nel frattempo – conclude il cronista di Haaretz – come i Viet Cong, Hamas decide quando e come combattere. Si nasconde, controlla la popolazione e si rafforza, in attesa che Donald Trump imponga un cessate il fuoco e il ritiro a Netanyahu in cambio della liberazione degli ostaggi. Ma se i negoziati fallissero e le IDF si preparassero a rioccupare Gaza, Zamir farebbe bene a leggere il ‘Diario del Vietnam’ di Dayan prima di dare l’ordine di ‘insediarsi’. Potrebbe imparare qualcosa sul prezzo da pagare per l’arroganza e la brutalità”.

Nel frattempo, come abbiamo accennato in altra nota, si susseguono i pronunciamenti da parte di soldati e ufficiali delle varie branche dell’esercito e dell’intelligence perché si ponga fine alla guerra e si liberino gli ostaggi. Una protesta pubblica che mina ancora di più le capacità belliche israeliane logorate da un anno e mezzo di scontri e atrocità.
Già, perché anche le atrocità consumate nei confronti dei palestinesi logorano, tanto che gli analisti israeliani hanno messo in guardia sulle crisi di salute mentale del personale militare che potrebbero aggravarsi in vista della Pasqua ebraica, che cade a fine aprile. Se lavorare stanca, questo insensato sterminio stanca molto di più.


