Il Golfo di Guinea appare a molti come un luogo lontano, tendenzialmente fuori dagli interessi nazionali italiani e di molte nazioni europee, in particolare di quelle che si affacciano sul Mediterraneo. Ma la realtà muta velocemente in questi tempi e cambia soprattutto con il cambiamento dei trasporti, del commercio e della localizzazione delle risorse. Così non deve sorprendere che l’Italia guardi al Golfo di Guinea come un luogo non più così periferico rispetto alle strategie nazionali, considerandolo come una sorta di appendice di quel Mediterraneo allargato che è da tempo il pilastro della politica estera italiana.

Le ultime notizie, in tal senso, arrivano dall’esercitazione avvenuta nella acque del Golfo africano e a cui ha preso parte la fregata Martinengo. Una manovra congiunta con la nave della Marina americana Uss Hershel “Woody” Williams e due pattugliatori della marina della Costa d’Avorio. Un addestramento che solo a una prima lettura potrebbe apparire superfluo, ma che in realtà nasconde una strategia molto profonda da parte della Marina che entra in uno scenario particolarmente importanti per i flussi commerciali, per le aziende italiane che operano nell’area e in generale per la tutela delle rotte dalla pirateria. Non a caso, come spiega la Marina stessa, l’addestramento prevedeva uno scenario in cui il pattugliatore ivoriano Sekongo interpretava un mercantile “piratato” e poi una nave che effettuava uno sversamento illecito di idrocarburi. Questi due elementi sono considerati essenziali della nostra strategia a ovest dell’Africa: difesa dagli attacchi della pirateria locale e protezione del mercato degli idrocarburi.

Il tema è centrale ma molto spesso sottovalutato. A confermarne l’importanza è stato lo stesso capo di Stato Maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che intervistato da Repubblica ha ricordato come “nel Golfo di Guinea ci sono stati in due anni 192 attacchi con 121 marinai presi in ostaggio per chiedere riscatto”. Navi francesi, ma anche americane, spagnole e portoghesi monitorano da tempo le rotte dell’occidente africano per cercare di tutelare i traffici marittimi, di gas e petrolio che giungono fino all’Europa o puntano verso l’altra sponda dell’Atlantico. Ed è un tema che adesso diventa sempre più importante per un’Italia impegnata lì non solo con Eni, ma anche con molte aziende nazionali di diversi settori. Se a questo si aggiunge il traffico delle super-navi cargo che preferiscono la circumnavigazione dell’Africa a Suez per entrare nel Mediterraneo (e arrivare poi anche Italia) risulta evidente il perché di una missione in un settore solo fisicamente distante da Roma, ma non strategicamente.

“Per adesso la pirateria è ancora litoranea: restano nascosti nelle foreste e nei fiumi lungo la costa e si spingono fino a 60 miglia. Colpiscono mercantili in movimento lento o alla fonda, senza rubare il carico o sequestrarli: prendono quello che possono portare via e rapiscono uomini dell’equipaggio. Senza il nostro intervento tenderanno a ingrandirsi e farsi più aggressivi” spiega l’ammiraglio Cavo Dragone. Ed è una missione che ricorda molto da vicino quanto già avvenuto al largo della Somalia dove le marine di moltissime nazioni (tra cui quella italiana) hanno operato contro la pirateria cercando di limitare attacchi che stavano mettendo a dura prova il commercio mondiale. La rotta che collega il Mediterraneo al Golfo Persico e all’Oceano Indiano è una delle più importanti al mondo. Ed è chiaro che nell’ambito della tutela della libertà di navigazione queste operazioni servono anche a imporre la propria presenza, impostando rapporti non solo tra le potenze ma anche nei confronti degli Stati rivieraschi. Oltre al controllo – inevitabile – dei partner e degli avversari. Il controllo di rotte, stretti e di basi commerciali e di risorse, è del resto essenziale non solo nei confronti del proprio Paese, ma anche per monitorare gli altri. Lo conferma la presenza militare a Gibuti e lo certifica, adesso, l’occhio che si posa sulla Guinea. E su cui l’Italia non può cedere spazi.

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