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Venerdì 58 milioni di iraniani saranno chiamati alle urne. In ballo ci sono i 290 seggi del Majlis, il parlamento monocamerale della Repubblica Islamica. Non si tratterà certamente di elezioni come le altre: appena poche settimane fa, l’Iran ha vissuto come momento di tragedia nazionale l’uccisione del generale Soleimani, raggiunto da un missile Usa nei pressi dell’aeroporto di Baghdad lo scorso 3 gennaio. Subito dopo l’ayatollah Khamenei, quella del generale era la figura più popolare del paese e la sua morte è stata considerata alla stregua di un attacco diretto a Teheran. Il clima dunque al momento del voto risulterà particolare ed influenzato da quanto accaduto ad inizio anno. Una situazione diversa invece da quella di quattro anni fa, quando invece l’Iran alla vigilia del voto del 2016 si accingeva a firmare il trattato sul nucleare con Usa ed Europa. Ed il clima in quell’occasione appariva molto più disteso, tanto a livello interno quanto nei rapporti con l’estero.

La funzione del parlamento

La camera che verrà eletta dal voto di venerdì, rappresenta l’organo legislativo della Repubblica Islamica. Ma la complessa architettura istituzionale iraniana installata dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, rende il majlis leggermente differente dai parlamenti dei paesi occidentali. La Repubblica Islamica è infatti una teocrazia, in cui vige un articolato sistema contrassegnato dalla dicotomia tra istituzioni religiose ed istituzioni secolari. Tra queste ultime si trovano la presidenza della Repubblica, il governo e per l’appunto il parlamento, i quali però devono comunque sottostare ai dettami derivanti dalla Guida Suprema e dal Consiglio dei Guardiani, le due principali istituzioni religiose. Per cui il parlamento iraniano non ha, come accade in buona parte degli ordinamenti, un potere legislativo esclusivo. Le sue leggi, prima di entrare in vigore, devono essere esaminate dal Consiglio dei Guardiani, i cui membri sono nominati dalla Guida Suprema. La camera resta in carica per quattro anni, ai parlamentari spetta anche il compito di controllo dell’attività del governo e dei suoi ministri.

La particolare legge elettorale

Venerdì molto probabilmente non si conosceranno tutti i futuri 290 componenti del parlamento. Questo perché il sistema elettorale iraniano è maggioritario, in cui è previsto il ballottaggio se nessuno dei candidati supera il 25% al primo turno. Buona parte dei 196 collegi elettorali è uninominale, tuttavia esistono circoscrizioni plurinominali dove vale comunque sempre il sistema maggioritario. La legge elettorale dunque appare tutto sommato non così lontana da alcuni sistemi di voto di altre nazioni. Le norme però presentano peculiarità e particolarità nella fase di selezione dei candidati. Formalmente tutti gli iraniani dai 30 ai 75 anni possono concorrere per la conquista di uno dei 290 seggi del parlamento, ma la candidatura viene preventivamente sottoposta al vaglio dei Guardiani della rivoluzione. Per ottenere il via libera alla corsa elettorale, vengono valutati sia criteri oggettivi che relativi alla “reputazione” del cittadino. Tra i primi vi è il possesso della cittadinanza iraniana e di un titolo di studio che contempli almeno un diploma di scuole superiore. Tra i secondi invece, vi sono elementi quali quelli relativi all’essere un sostenitore della Repubblica islamica, essere un musulmano osservante ed avere, per l’appunto, una buona reputazione tra i concittadini.

Quali sono gli schieramenti in corsa

Tendenzialmente si è sempre suddivisa la politica iraniana post rivoluzione islamica in due principali fazioni: da un lato i conservatori, considerati più vicini al potere religioso, dall’altro invece i riformisti. Tuttavia questa dicotomia appare una mera semplificazione di un contesto invece molto più variegato. Questo perché in Iran non esistono i partiti politici vicini al modello occidentale. Esistono sì raggruppamenti, associazioni e movimenti che esprimono una propria posizione politica, ma risulta impossibile creare nette cesure tra i vari schieramenti che andranno a sedersi in parlamento. In poche parole, non esiste il concetto di “maggioranza” ed “opposizione“, è possibile semplicemente tracciare, valutando l’esito del voto, l’orientamento complessivo della futura aula parlamentare. Ed è su questo che, sia in occasione del voto legislativo che di quello presidenziale, si giocano le partite elettorali iraniane: capire cioè se la nuova governance è più vicina ad ambienti conservatori oppure riformisti.

Come detto, i primi sono coloro che esprimono posizioni più vicine alla Guida Suprema e, in generale, ai poteri religiosi. Inoltre, tra i conservatori vengono indicati coloro che portano avanti una visione dell’Iran in politica estera molto più dura, vocata ad una maggiore contrapposizione ai rivali storici della Repubblica Islamica. Dall’altro lato, i riformisti esprimono considerazioni politiche vicine a quegli ambienti più favorevoli ad alcune revisioni da attuare sia all’interno delle istituzioni che nel rapporto con la società. Tuttavia, anche nel lato dei riformisti non siedono oppositori alla Repubblica Islamica ed al sistema intaccato nel 1979. La forma di potere instauratasi con Khomeini non viene cioè messa in discussione.

L’esclusione di molti candidati riformisti

Il clima, come detto ad inizio articolo, in queste settimane di campagna elettorale è stato diverso rispetto a quello degli altri anni. L’uccisione di Soleimani ha dato maggiore spinta all’azione degli ambienti più conservatori. E questo lo si è potuto notare dal notevole numero di candidati riformisti respinti e che non potranno prendere parte alle elezioni. Più della metà delle candidature è stata rigettata, tra queste la gran parte hanno riguardato esponenti considerati riformisti. Inoltre, sono stati esclusi dal voto anche 80 parlamentari uscenti. L’esito delle elezioni di venerdì dunque, potrebbe portare a certificare una nuova camera quasi interamente in mano ai gruppi conservatori.