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Tra il Partito repubblicano e Donald Trump, il matrimonio è sempre stato di pura convenienza. E lo dice lo stesso curriculum politico di The Donald. Amico dei democratici, prima ancora dei repubblicani, il Tycoon, quando era un uomo d’affari, non ha mai fatto sfoggio di alcuna appartenenza politica, essendo ben consapevole che, per il bene dei suoi affari, non poteva tagliare  i ponti con uno dei due grandi movimenti che compongono la classe dirigente americana. E la classe dirigente, il famoso “establishment” non ha mai apprezzato l’arrivo di un parvenu come Donald Trump all’interno dei suoi ranghi. Tantomeno per candidarsi alle elezioni. Ed era chiaro sin da subito che non avrebbe avuto vita facile tantomeno come presidente degli Stati Uniti.

Analizzando il partito repubblicano, è evidente che Trump sconta un’ostilità di fondo di molti dei suoi membri. E non è solo una questione di ala “neo-con” contro il “populista” Donald, ma è tutta una struttura gerarchica e di potentati economici a remare contro il nuovo presidente sin dall’inizio della campagna elettorale. E lui non si è mai distaccato da questa narrazione di tutti contro uno, avendo compreso che anche grazie a questo assedio mediatico e politico avrebbe fatto breccia nel cuore dell’America profonda stanca e disincantata da logiche di partito e da beghe interne che hanno falcidiato l’intero sistema dei partiti. Se prima il Grand Old Party temeva l’avanzata di un uomo come Trump, così fuori le righe per essere considerato un degno rappresentante del Partito, dopo è subentrata anche la vendetta personale. In campagna elettorale, il nuovo presidente Usa non si è mai fatto amare ed ha attaccato indistintamente a destra e a sinistra, creando un vuoto intorno a lui che è stato colmato, il più delle volte, da personaggi di poco conto rispetto ai grandi vecchi del partito. E questo pesa, nell’attuale conformazione del governo e dei consiglieri di The Donald, che si ritrova a lottare contro il suo stesso partito prima ancora che contro i democratici. Quando vinse, tutti i contendenti si impegnarono formalmente a sostenerlo, così come la larga maggioranza del congresso repubblicano riunita a Cleveland nel luglio del 2016.

Ma è quella minoranza che si è rifiutata di sostenerlo che pesa come un macigno nei rapporti fra Trump e il partito e tutto l’establishment che la rappresenta. Il clan Bush, composto dai due presidenti Usa e Jeb, si è sempre rifiutato di sostenere Trump prima da candidato alle primarie e poi da candidato presidente. In particolare, fa discutere la scelta di George W. Bush che, privo di critiche per il suo successore, Barack Obama, nonostante la grande differenza di vedute, non ha mai smesso di attaccare la nuova amministrazione Trump. Ma non è stato solo il clan Bush a negare l’appoggio formale a The Donald. Anche altri membri eminenti del Partito hanno deciso, interrompendo la tradizione di unità (almeno formale) d’intenti, di negare la fiducia al nuovo corso: l’ex Ceo della Hewlett-Packard, Calry Fiorina, il senatore della Carolina del Sud, Lindsey Graham, il potenti senatori dell’Arizona John McCain e Jeff Flake, Susan Collins del Maine e Lisa Murkowski dell’Alaska. In questo senso, sono importanti le parole dello Speaker della Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, che annunciando il suo sostegno a Trump, affermò: “Non è un segreto che abbiamo le nostre divergenze. Non fingerò il contrario. E quando ne sentirò la necessità continuerò a dire la mia. Ma la realtà è che sulle questioni che costituiscono la nostra agenda, abbiamo più punti in comune che disaccordi”. E così è stato: l’amore non è mai sbocciato ed è sembrato sempre, e continua a esserlo, un matrimonio di pura convenienza.

La maggioranza repubblicana è sempre stata una spina nel fianco nella politica di Trump in questi mesi. Dalla Russia, alla Nato, all’Obamacare, alla politica sui migranti, Trump ha avuto sempre contro buona parte del Grand Old Party. E questo ha inciso profondamente sia la sua politica interna che la sua politica estera. Con la Russia, il pacchetto di sanzioni approvato dal Congresso con una maggioranza schiacciante di 92 contro 2 ha avuto l’effetto non soltanto di colpire nel profondo ogni tentativo di Trump di riavvicinamento con Mosca, ma anche quella di modificare radicalmente l’agenda politica del Paese nelle relazioni bilaterali con Mosca senza che la presidenza potesse fare granché. Il Senato ha poi approvato un emendamento per confermare l’impegno rispetto all’articolo 5 del Trattato Nato, che considera un attacco a un alleato come un attacco a tutta l’Alleanza. E questo pesa molto nella politica di un presidente che era partito con l’idea di rottamare la Nato in quanto obsoleta e costosa. Ma se questi attacchi repubblicani sono stati importanti, è sull’Obamacare che si è giunti alla vera grande prova di forza dell’opposizione interna, facendo fallire una riforma che per Trump continua ad essere di vitale importanza. L’ira del presidente non si è ancora placata e il fatto di circondarsi di uomini esterni al Partito dimostra la sua necessità di trovare appoggi al di fuori del Grand Old Party. L’unica speranza per ora è la riforma delle tasse e, in generale, la ventata liberista che spira dall’ingresso di Trump alla Casa Bianca. I repubblicani sono consapevoli che un abbassamento delle tasse e una deregulation generale saranno molto utili alle loro grandi aziende e ai loro sostenitori più forti.

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