Cosa hanno in comune le acque del Mar del Giappone, quelle dell’Oceano Atlantico al largo dell’Africa Occidentale e quelle del Pacifico davanti alle coste di Perù, Argentina ed Ecuador? Se avete risposto che tutte vedono la presenza di decine, centinaia, di navi da pesca cinesi avete indovinato.

La Cina possiede la più grande flotta di barche da pesca al mondo: sono infatti circa 17mila i vascelli di questo tipo, di ogni dimensione, che incrociano nelle acque marine intorno al globo, e come in ogni questione di carattere strategico che riguarda Pechino, anche qui vige la poca trasparenza: non è nota con certezza l’attività svolta, che spesso risulta illegale, né conosciamo la tipologia dei vascelli e nemmeno è nota in modo chiaro la proprietà degli stessi.

Con i mari vicini alla Cina per lo più impoveriti di risorse ittiche e la popolazione che, da sola, rappresenta circa un terzo del consumo di pesce del mondo, la nazione ha dovuto sguinzagliare le proprie barche da pesca altrove, comprese le acque al largo dell’Africa Occidentale e dell’America Latina. 

Razzia alle Galapagos

La scorsa estate ha visto una flotta composta da circa 300 vascelli da pesca cinesi incrociare nelle acque prossime all’arcipelago delle Galapagos. La flotta, come riporta un servizio del Los Angeles Times, era “parcheggiata” ai margini della riserva marina delle isole santuario naturale, un sito patrimonio mondiale dell’Unesco e anche parco nazionale ecuadoriano.

La riserva marittima copre oltre 51mila miglia quadrate di oceano intorno all’arcipelago, che si trova a circa 600 miglia al largo della costa dell’Ecuador. Risulta che più del 20% delle specie trovate all’interno della riserva siano uniche al mondo: un vero e proprio unicum dell’evoluzione animale, tanto che proprio qui il famoso naturalista, geologo e biologo inglese, Charles Darwin, studiando le tartarughe e gli uccelli, arrivò alla formulazione della teoria dell’evoluzione della specie. Secondo un rapporto pubblicato da Oceana lo scorso settembre, la flotta di pescherecci cinesi ha fatto registrare circa 73mila ore di pesca tra il 13 luglio e il 13 agosto e ha svolto il 99% dell’attività di pesca sul perimetro della riserva, ai margini della Zee (Zona di Esclusività Economica) delle Galapagos posta a 200 miglia nautiche dalle isole.

Le navi da pesca cinesi sono state accusate di attività illegale, in quanto, come riferito in quel periodo dall’ambasciata statunitense in Perù, sono state osservate cambiare di nome e soprattutto spegnere il segnalatore Gps di bordo, simile al transponder aeronautico, che invia in continuo velocità, rotta e posizione del natante: attività che fa sospettare la violazione dei limiti della Zee delle Galapagos per “rincorrere” i tratti di mare più pescosi all’interno della riserva e catturare specie protette ma che trovano ampio spazio nel mercato interno cinese come ad esempio gli squali.

A rincarare la dose ci ha pensato la massima autorità delle Galapagos, assimilabile a un presidente di provincia. “Questo è un attacco alle nostre risorse” sono state infatti le parole di Angel Yanez Vinueza. “Stanno uccidendo le specie che abbiamo protetto e inquinano il nostro biota con i rifiuti di plastica che gettano in mare. Stanno violentando le Galapagos”.

La flotta cinese non è arrivata in un momento qualsiasi: normalmente quelle acque sono battute da turisti e ricercatori, che con il loro andirivieni aiutano a sorvegliare il rispetto dell’ambiente naturale. Quest’anno però, a causa della pandemia da coronavirus, il flusso di turisti si è arrestato e così quello degli scienziati, pertanto le acque intorno alle Galapagos sono rimaste “sguarnite” eccezion fatta per gli scarsi mezzi della Marina dell’Ecuador, che infatti ha dovuto essere, per un breve periodo, coadiuvata da quella statunitense che ha inviato un cutter della Guardia Costiera per effettuare pattugliamenti congiunti.

Pesca illegale nei sette mari

Quello delle Galapagos è forse il caso più eclatante, e che ha avuto la più grande attenzione mediatica e politica, con il Segretario di Stato americano Mike Pompeo che il 2 agosto scorso ha riferito che gli Stati Uniti hanno sostenuto gli sforzi dell’Ecuador per impedire alla Cina di dedicarsi “alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata”.

Non è però l’unico. Come accennato la flottiglia da pesca cinese spazza i mari del mondo in una vera e propria guerra che vede coinvolti anche i vicini più prossimi del gigante asiatico, e suoi avversari in campo politico.

L’Agenzia per la pesca giapponese si è mossa, pochi giorni fa, per garantire la sicurezza dei pescherecci di Tokyo che operano nelle ricche zone di pesca di Yamatotai, all’interno della Zona di Esclusività Economica nipponica, chiedendo che evitino alcune aree e si rechino altrove a causa di un recente aumento di navi cinesi che incrociano in quelle acque.

Peschereccio (La Presse)

Come riporta il quotidiano Asahi Shimbun, i pescherecci stranieri si sono intromessi frequentemente nella Zee giapponese. Secondo i funzionari dell’Agenzia per la pesca, nel 2019 è stato ordinato a circa 4mila pescherecci nordcoreani di lasciare le acque, ma quest’anno solo una barca è stata invitata a farlo. Invece i pescherecci cinesi sono stati protagonisti della stragrande maggioranza delle intrusioni e alla fine di settembre risulta che sia stato ordinato a un totale di 2589 imbarcazioni da pesca di Pechino di lasciare la Zee giapponese, un aumento di 3,6 volte rispetto allo stesso periodo del 2019.

Restando nella stessa zona di globo ma cambiando protagonista, anche le autorità della Corea del Sud si sono trovate nella stessa situazione di quelle nipponiche.

Yonhap News, il 23 ottobre scorso, riferiva che a fronte della continua e deliberata violazione delle acque della Zee di Seul, il governo sudcoreano ha stabilito che la Guardia Costiera comincerà a sequestrare le imbarcazioni colte a pescare illegalmente nelle sue acque di pertinenza. Sono infatti circa 340 le navi cinesi che sono entrate giornalmente nella zona economica esclusiva occidentale della Corea del Sud  ad ottobre, facendo registrare un aumento rispetto alle circa 100 barche osservate nello stesso periodo dell’anno precedente. La Guardia Costiera coreana, si legge, ha espulso un totale di 7196 imbarcazioni di questo tipo nel solo mese di ottobre.

L’assertività cinese per lo sfruttamento delle risorse

Siamo davanti ad una vera e propria guerra commerciale, combattuta a colpi di reti da pesca, che ha come palcoscenico i mari del mondo. Quello che spicca è la maggiore assertività cinese, che sfrutta la poca trasparenza e una palese condotta ambigua per mettere le altre nazioni davanti al fatto compiuto. Non è infatti un caso che si parli della possibilità di estendere la Zee, comunemente fissata a 200 miglia nautiche, sino a 350 miglia, affinché nazioni che dipendono fortemente dalla pesca, come l’Ecuador o il Perù, possano tutelare meglio le proprie risorse. 

Se Pechino da un lato sembra infischiarsene delle Zee altrui, dall’altro, però, è ben attenta a difendere quelle sedicenti di casa propria: nel Mar Cinese Meridionale, infatti, il naviglio militare di Pechino, spesso impegnato proprio nella scorta ai pescherecci, si è “scontrato” spesso e volentieri con quello statunitense impegnato in crociere per garantire il rispetto della libertà di navigazione. Ci sono stati anche casi di veri e propri speronamenti, in quelle acque, da parte di pescherecci cinesi ai danni di barche da pesca vietnamite: risulta che nei pressi delle isole Paracelso, lo scorso giugno, ci sia stato un episodio di questo tipo. Imbarcazioni cinesi che solcano quelle acque spesso “armate”, ovvero con a bordo personale militare: pratica presto imitata dallo stesso Vietnam e dalla Malesia.

Stiamo quindi assistendo a un cambio epocale per quanto riguarda i confini marittimi e non solo: la Cina si sta facendo fautrice di una sorta di nazionalizzazione dei mari – pur non rispettando quelli altrui – mentre dall’altro lato abbiamo gli Stati Uniti (ed alleati) che ancora ne difendono la libertà ed il carattere “internazionale”, come è sempre stato almeno sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Uno strano e ambiguo nazionalismo contro un globalismo finalizzato alla libertà di navigazione.

Queste diatribe hanno ripercussioni anche nel dominio aeronautico: se le Adiz (Air Defense Identification Zones) sono una realtà da tempo, è conseguenza naturale che presto ne verrà certificata la regolarità e pertanto proprio la Cina, che ha sempre paventato la possibilità di instaurarne una proprio sul Mar Cinese Meridionale, potrebbe in tal modo trovare lo strumento finale per vedere le proprie rivendicazioni su quelle acque contese accettate una volta per tutte, o, per meglio dire, fatte accettare tramite alla comunità internazionale attraverso la messa davanti al fatto compiuto. Una tattica ben utilizzata da Pechino proprio per quanto riguarda la militarizzazione delle isole contese. Pechino dovrà fare i conti con Washington però, che proprio non ha intenzione di accettare questo cambio di paradigma e ha, per il momento, ancora tutti gli strumenti per opporvisi: la flotta più potente del mondo, sebbene abbia perso il primato della più grande del mondo.

La pesca e il ruolo degli Stati Uniti

Per gli Stati Uniti la questione della pesca è estremamente importante, nonostante l’apparenza possa fare credere che gli oceani siano per Washington un fattore eminentemente militare o commerciale. Il fatto che Pompeo abbia rimproverato Pechino per le attività illegali in acque di altre nazioni, così come la risposta piccata della Cina alle accuse mosse da Washington, manifestano in realtà l’assoluta centralità di un tema complesso e spesso sottovalutato. Un conflitto che affonda le radici non solo nella lotta alla sopravvivenza di intere comunità sparse nei mari del mondo, ma anche in un non meno importante scontro tra imperi che si confrontano da una parte all’altra del Pacifico.

Per l’America, potenza che si è importa nel mondo proprio attraverso il controllo dei mari e delle più importanti rotte commerciali, la flotta di pesca cinese rappresenta un problema di primaria importanza. Bastano semplicemente i numeri. Secondo dati più o meno confermati, la differenza tra Cina e Stati Uniti è cristallizzata nella capacità della cosiddetta flotta da “distant-water fishing” (DWF). Da una parte Pechino, che secondo le stime più o meno ufficiali può contare su circa 17mila navi per la pesca a grandi distanze dalla costa (negli anni Ottanta ne aveva una dozzina). Dall’altra parte Washington che, in base alle ultime informazioni, avrebbe più o meno 300 imbarcazioni di questo tipo. Questa differenza, che è decisamente elevata, rende evidente che il confronto è anche su una sorta di proiezione di forza: il gigante asiatico può spedire la sua flotta da pesca ovunque, a differenza dell’America.

Pesca negli Stati Uniti (La Presse)

La questione è interessante anche se osservata dal punto di vista storico. E quindi geopolitico. Come confermato anche dal professore Blake Earle per The Conversation, la politica estera americana – sin dalla comparsa degli Usa come potenza internazionale – si è incardinata sulla supremazia sui mari, sul loro controllo ma anche sui diritti di pesca, usati sia per imporre la propria presenza negli oceani sia come binario per migliorare i rapporti con i propri alleati e limitare i diritti dei propri avversari. Basti pensare al ruolo che i diritti di pesca ebbero proprio durante la Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti sovvenzionavano le flotte dei pescherecci dei propri partner per contrastare quelle dell’Unione sovietica. Una scelta di politica precisa che ora fa comprendere per quale motivo Pompeo abbia guardato con estremo timore a quanto sta avvenendo nell’Indo-Pacifico. Quella che prima era un’arma americana per cementare il proprio impero, ora è diventata un’arma in mano alla Cina.

Il confronto in America Latina

Questo scontro globale è particolarmente sentito, come appunto visto anche in precedenza, sulle coste pacifiche dell’America Latina, luogo considerato da un lato cortile di casa di Washington e, dall’altro, territorio di “caccia” di Pechino. Anche geograficamente, si può vedere come tutto il sud di questo vasto Oceano sia considerato da molti decenni un’area sotto una più o meno rigida influenza americana, visto che se le coste orientali sono monitorate dagli Stati Uniti e da Stati rivieraschi sostanzialmente legati agli Usa, dall’altra parte Australia e Nuova Zelanda rappresentano gli avamposto indo-pacifici dell’Anglosfera con al vertice l’impero americano.

La continua presenza navale cinese, considerata come un pericolo per tutte le Marine dei Paesi che si affacciano sul Pacifico (ma non solo) comporta quindi anche un confronto di natura strategica. Per Paesi che non possono in alcun caso competere con i numeri della flotta di Pechino, è del tutto evidente che il tema diventa di ordine politico: collaborazione tra Stati e, eventualmente, il supporto logistico e strategico della Marina americana e dei partner del lato occidentale (appunto Australia e Nuova Zelanda). Interessante, a questo proposito, il fatto che il VII Simposio Internacional de Oficiales de la Nueva Generación de la Armadas de América che ha coinvolto le Marine di quasi tutti i Paesi del Sud America con osservatori della Marina militare italiana, spagnola e australiana, abbia riaffermato la necessità di cooperazione e attività congiunte da parte di queste flotte. Il tutto con la benedizione della Us Navy. Un segnale di come sia considerato primario per la flotta americana avere un sistema di forze multinazionali in grado di operare congiuntamente di fronte a sfide decisamente rilevanti per il futuro del Pacifico.

Il problema della Cina

D’altra parte, proprio l’assertività cinese comporta che questa flotta sia da un lato un’arma di ricatto per futuri memorandum d’intesa siglati da Pechino con questi Paesi, ma dall’altro è ancora una delle principali fratture tra il mondo sudamericano e la Cina. Un problema anche per gli stessi governi dell’America Latina, che, in cerca di contratti commerciali e sviluppo, sarebbero ben lieti di accogliere investitori cinesi. Tuttavia questa continua razzia dei mari del Sud implica una fisiologica contrapposizione ai piani di Xi Jinping. L’avvertimento è arrivato per esempio dall’ultimo documento comune firmato dai ministri degli Esteri di Cile, Colombia, Ecuador e Perù, in cui i quattro rappresentanti hanno posto l’accento sulla “presenza ricorrente di flotte di pescherecci battenti bandiera straniera” che svolgono attività non regolamentate. Il fatto che la Cina non sia espressamente citata indica che i Paesi del Sud America gradirebbero non chiudere le porte a Pechino. Ma d’altra parte non possono fare a meno di preoccuparsi riguardo un problema economico di tipo mondiale.

Il tema chiaramente tocca anche i vertici cinesi, che non possono evitare di dover ripensare alla propria strategia di attacco se ottengono risultati contrari proprio in quello che è il loro pilastro della politica estera: e cioè presentarsi come potenza benefica in grado di portare ad accordi di tipo win-win. Per questo motivo, come affermato da un report di Odi, nel 2017 il governo centrale aveva anche annunciato di voler limitare la flotta DWF a tremila imbarcazioni entro il 2020.

Ma la realtà è evidentemente diversa rispetto a quanto pronosticato da Pechino. Il governo centrale temeva già a quel tempo la riluttanza di province come Fujian che Shandong a diminuire le operazioni delle proprie flotte, così come un aumento del potere del governo centrale sulle questioni legate all’economia marittima, che è da sempre prerogativa locale. Per Xi un problema di importanza politica, oltre che strategica.