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La parola d’ordine è “intervento internazionale”, anche soltanto a livello europeo. Ma secondo il ministro della Difesa Lorenzo Guerini: “L’impegno militare italiano in Libia potrebbe crescere”. Un avvertimento che per Guerini indica soprattutto la nuova strada che deve (o dovrebbe) intraprendere l’Italia nel panorama internazionale per tornare di nuovo a essere considerati fondamentali nello scenario di Tripoli e dintorni. Specialmente dopo il fallimento del cessate-il-fuoco.

Come riportato su La Stampa, Guerini ha posto l’accento sul nostro impegno militare, per cui, se ci fossero le premesse di pacificazione, “ci sarebbero i margini per una possibile rimodulazione del nostro intervento”. Soprattutto perché ora la Difesa ritiene fondamentale raggiungere l’obiettivo strategico di uno sforzo militare quello di “interrompere il continuo afflusso di armamenti” alle fazioni che si misurano in Libia. L’operazione Eunavfor Med, dispositivo interforze sotto il comando italiano che già svolge una funzione focale per “garantire il rispetto dell’embargo voluto dall’Onu”, si appresterebbe così ad ampliarsi e accogliere tra le sua fila un numero maggiore di unità per portare a termine una missione più vasta. Il ministro della Difesa ha tenuto a sottolineare come l’Italia debba essere “protagonista nella crisi in Libia”, necessità “fondamentale per la nostra sicurezza” e per mantenere il nostro “ruolo” nel Mediterraneo.

Insomma, dopo una settimana all’insegna dei pasticci politici e diplomatici, una risoluzione ferma potrebbe rimettere l’Italia nella posizione di player internazionale della crisi libica. “La Difesa è pronta ad assumersi una responsabilità importante in Libia, un’area la cui stabilizzazione non può prescindere dalla presenza dell’Italia”, ha concluso il ministro in attesa che il Parlamento si compatti in vista della conferenza di Berlino, e sia pronto ad approvare l’invio di una “forza di interposizione su mandato Onu”. Guerini ha rassicurato inoltre la commissione Difesa riguardo alla sicurezza del nostro contingente attualmente impegnato nella missione Miasit sul territorio libico. “Nonostante l’acquisizione del controllo di Sirte da parte del Lybian National Army vedano Misurata maggiormente esposta alle mire del generale Haftar, non sembrerebbero sussistere ad oggi minacce dirette nei confronti del nostro contingente in loco”. Un rafforzamento delle nostre posizioni, inoltre, non potrebbe far altro che aumentare le nostre capacità di deterrenza.

Ma non c’è solo la Libia nella strategia pensata dal vertice del ministero della Difesa. Da Palazzo Baracchini infatti viene anche lanciato un maggiore coinvolgimento dell’Italia in altre aree di crisi, allargano pertanto uno sguardo anche al di fuori del Paese nordafricano. La Difesa si prepara a dispiegare forze anche in altri punti geostrategici per riattivare il sua posizione di rilievo nell’ambito internazionale.  Ma all’interesse della Difesa a guida Pd si oppone ora una parte del Movimento 5 Stelle, da sempre avverso agli interventi militari, che preannuncia un’ennesima spaccatura nel governo giallo-rosso.

A margine della briefing, focalizzato in gran parte sulla crisi libica, il ministro della Difesa ha rivolto la sua attenzione al quadro generale delle missioni all’estero sostenute dalle Forze Armate italiane, sostenendo come sia: “Necessario confermare la nostra presenza nei principali teatri operativi”, ossia Iraq, Afghanistan, Libano, “per tutelare gli interessi strategici nazionali, adempiere agli obblighi internazionali e dare risposta a specifiche richieste di assistenza”. Tanto è vero che il ministro ha ventilato l’ipotesi di inviare i nostri soldati in zone soggette a tensioni che rischiano di sfociare in nuove crisi internazionali menzionando in particolare il Sahel – “Interconnesso con lo scenario libico” – e lo stretto di Hormuz, porta del Golfo Persico.

Parole che però non piacciono a chi nel Movimento non ha mai visto i buon occhio le missioni internazionali dei nostri militari. E che adesso si trova nella condizione di dover accettare un coinvolgimento militare in aumento proprio quando i grillini sono al governo. E infatti da più parti i pentastellati invitano alla prudenza Guerini. “Chiediamo al ministro della Difesa Guerini di usare la massima cautela nel rilasciare dichiarazioni su scenari futuri in Iraq” hanno subito dichiarato in nota congiunta gli esponenti penta stellati delle Commissioni Esteri di Camera e Senato. “Mai come in questo momento, che è molto delicato, è necessario far prevalere le armi della diplomazia multilaterale per spegnere o evitare ogni tensione presente e futura nell’area” continua la nota. Il problema è che questa “diplomazia multilaterale” si fonda anche sull’impegno militare: come confermato dal nostro mantenere la posizione in Ira (apprezzato dal segretario alla Difesa Usa Mark Esper), ma anche da quello che sta accadendo a Tripoli con contractor russi e soldati turchi. Oltre ai vari specialisti, mezzi e droni provenienti da diverse parti di Europa e Medio Oriente.

Una presenza che l’Italia non ha intenzione né possibilità di tralasciare. L‘impegno italiano conta anche altre missioni, distanti dalla cronaca di questi giorni ma non per questo da trascurare. In Libano abbiamo centinaia di soldati che si frappongono tra Israele e Hezbollah per mantenere il delicatissimo equilibrio dell’area. Mentre in Afghanistan, dove è impegnato un contingente di 783 soldati, Guerini ha ricordato che “sono state innalzate le misure di ‘force protection’ e sono state sospese temporaneamente le attività addestrative, come misura precauzionale tenendo in considerazione la presenza nostra e dei colleghi Usa in un’area prossima al confine iraniano quale quella di Herat”. Segno che non c’è alcuna idea di smobilitare.

Il quadro generale mostra come l’Italia, seppur timidamente, non voglia rinunciare al proprio sforzo militare all’estero nell’ambito delle missioni internazionali promosse con i partner della Nato e dell’Onu, e con esso al suo ruolo nella politica estera. È tuttavia indubbio come alcuni campi siano, e debbano, essere più fondamentali di altri, per la nostra sicurezza, per la nostra economia, e per garantire la nostra posizione di potenza internazionale. “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”, sosteneva il padre della strategia von Clausewitz nel XIX secolo; e le missioni internazionali sono le loro sostitute attuali: per questo è importante mantenerle, sostenerle, e quando necessario, ampliarle. Anche se nel Movimento 5 Stelle nato (anche) dal pacifismo, qualcuno inizia a storcere il naso. Ma al governo ci sono loro.