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Russia, Stati Uniti, Cina, Unione europee e potenze internazionali combattono una guerra senza esclusione di colpi sul fronte dell’informazione. Questo nuovo dominio su cui si confrontano il mondo, molti lo chiamano (spesso erroneamente) information warfare. Ma l’importante è il concetto. Esiste un nuovo dominio, oltre a terra, mare, cielo, spazio e che corre parallelo al cyber. È il dominio dell’informazione e dell’utilizzo dei media. Campo di battaglia fondamentale per comprendere le dinamiche del mondo e soprattutto per comprendere anche l’importanza che assumono certe indagini e scontri internazionali che riguardano l’uso dei media.

Non è un mistero che il 2018, come gli anni immediatamente precedenti, siano stati segnati dallo scontro sulla cosiddette fake news. Il dibattito politico è costantemente riempito da questa terminologia con’ cui si accusano gli avversari di riportare notizie o dati falsi per aumentare il consenso o danneggiare gli oppositori. Entrata nel vocabolario di tutti i giorni anche grazie all’utilizzo del termine da parte di Donald Trump nella campagna elettorale per la Casa Bianca, oggi una fake news si può considerare effettivamente un’arma. E quello scontro che appare puramente politico, sta assumendo sempre più i connotati di un vero e proprio conflitto che rientra in un gioco internazionale ben più importante e grave di quanto si possa credere.

La dimostrazione arriva soprattutto dagli Stati Uniti, dove sono in corso indagini su indagini, legate al filone Russiagate, sulla presunta manipolazione delle informazioni da parte della Russia. Gli apparati di intelligence americani e molti segmenti della politica statunitense, sia democratica che repubblicana, accusano Mosca di aver organizzato una rete di disinformazione allo scopo di avvantaggiare Trump e colpire Hillary Clinton. L’accusa nei confronti di Mosca è di essere una centrale di disinformazione che sfrutta le notizie false per cambiare gli equilibri politici di un Paese.

Accuse che sono tornate di recente in auge anche in America, con un editoriale di Renée Di Resta, leader di una società di cybersicurezza incaricata dal Senato di analizzare le presunte manipolazioni russe. Come ha scritto Il Corriere della Sera, il capo dell’organizzazione “la mette giù dura: parla di guerra mondiale dell’ informazione e, in un editoriale sul New York Times , afferma che è iniziata una corsa agli armamenti che non può essere vinta, visto che gli arsenali sono in continua evoluzione. Ma può essere gestita per minimizzare i danni se politica, aziende digitali e utenti si rendono conto della gravità di quanto sta accadendo, dei rischi per la democrazia, e accettano davvero di cooperare”.

I rapporti commissionati dal Senato statunitense hanno dato un quadro che conferma quanto affermato da sempre sia dai democratici che dai repubblicani contrari a Trump: la Russia, secondo le accuse, avrebbe diffuso notizia false non solo per favorire The Donald ma anche per costruire una sorta di platea elettorale più vicina al candidato repubblicano. Addirittura c’è chi parla di un piano per allontanare la popolazione nera dalle urne in modo che l’assenza dell’elettorato afroamericano favorisse l’elezione dell’attuale presidente degli Stati Uniti.

Accuse che hanno avuto e che continuano ad avere un impatto non indifferente anche nei rapporti politici fra Stati Uniti e Russia. Perché è del tutto evidente che accusare un governo di aver messo in atto una campagna disinformativa allo scopo di orientare il proprio elettorato, incide non solo sui rapporti fra un presidente eletto e un Paese (come avvenuto con Trump), ma mina tutti i rapporti, sia a livello culturale che politico. Di fatto è uno scontro che modifica il modo di relazionarsi fra due Stati.

Ma escludendo il solo scontro fra Mosca e Washington, la guerra dell’informazione si allarga anche nel resto dell’Occidente e dei conflitti in corso. La manipolazione dell’informazione esiste e viene utilizzata da tutti. Da chi vuole sostenere una protesta come da chi vuole invece sostenere un governo. Ma c’è anche chi ha utilizzato fake news per scatenare guerre o per sostenere interventi armati o raid punitivi, come nel caso della Siria. E questo mina profondamente anche la credibilità stessa del mondo dei media, che entrano in campo più o meno consapevolmente in una guerra che ha dei risvolti enormi. Sia dal punto di vista interno che internazionale.

Proprio per questo motivo, c’è chi inizia a parlare di questa minaccia in termini diversi. Dopo il “deep State“, ora si inizia a parlare anche di “deep fake“: un sistema profondo, radicato e estremamente complesso che riuscirebbe non solo a manipolare l’informazione, ma anche le stesse immagini, gli audio e i video per costruire notizie totalmente false ma che iniziano a circolare in rete. E nel mondo dell’informazione di oggi, bastano pochi minuti perché un video diventi virale, anche se completamente falso.

E adesso le accuse non arrivano solo nei confronti di Trump, ma anche nei confronti di tutti quei leader considerati in qualche modo scomodi. Nona caso negli ultimi tempi c’è chi ha iniziato a parlare di fenomeno fake news in Brasile, Paese che vede l’elezione di Jair Bolsonaro. Secondo le agenzie di fact-checking, il Brasile è il Paese dove attualmente circolano più notizie false sui social network.

Ed è un fenomeno che molti analisti stanno osservando anche in Africa e in tutta l’America Latina, soprattutto attraverso Whatsapp. L’idea è che possa esserci qualcosa di molto più grande. E lo dimostra anche l’attuale assedio nei confronti di Mark Zuckerberg, attuale proprietario sia di Facebook che di Whatsapp.

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