Il 2011 è stato l’anno spartiacque per molti dei Paesi sulla sponda meridionale del Mar Mediterraneo. L’avvento delle cosiddette primavere arabe ha rivoltato interi Paesi e, in questo senso, l’impatto più devastante di quest’onda lunga si è visto sulla Libia. Dal 20 ottobre, giorno della morte di Muhammar Gheddafi, il Paese è piombato in un caos senza fine. L’unità che la nazione aveva con il rais si è spaccata in una miriade di micro territori controllati da tribù e milizie. Il tutto all’ombra di due governi, uno a Tobruk e l’altro internazionalmente riconosciuto presieduto da Fayez al-Sarraj.

Secondo i dati dell’Armed Conflict Location & Event Data Project (Acled) dal 2011 al giugno del 2018 tra scontri armati, offensive e attentati hanno perso la vita 37.547 persone. Nel 2011, l’anno delle rivolte e della caduta del regime, le vittime sono state 12.294. Dopo quella fiammata inziale, il Paese ha vissuto un paio di anni relativamente tranquilli ma dal 2014 è tornata a riesplodere la violenza. Quell’anno gli episodi violenti furono oltre 2.800 e provocarono 6.649 vittime e, da quel momento e per altri due anni, si è assistito a un bagno di sangue: 5.985 vittime nel 2015, 6.358 nel 2016. I primi dati incoraggianti, spinti anche dalle azioni del generale Khalifa Haftar nell’Est del Paese, sono arrivati tra lo scorso anno, con il dimezzamento delle vittime, numeri incoraggianti anche nel 2018.

Con modalità simili al contesto siriano, la Libia rappresenta un unicum nel panorama africano. Mentre in Nigeria tutto viene fagocitato da Boko Haram e in Somalia prevale la forza di al-Shabaab, in Libia decine di gruppi si contendono fazzoletti di deserto spinti da secolari contrapposizioni tra diverse tribù ed eserciti più o meno regolari. Basti pensare che il peso dell’emanazione locale dello Stato islamico sul totale delle vittime è stato solo dell’8,4%. Stesso discorso per un altro gruppo terroristico molto temuto nel Paese sorto nel 2011 come organizzazione legata al al-Qaeda: Ansar al-Sharia. Secondo i dati dell’Acled la milizia, formata da circa 5mila uomini, avrebbe ucciso circa 2mila persone, il 5,6% del totale. In mezzo ci sono diversi “Shura Council”, come quello che ha retto le città di Bengasi, Derna e Ajdabiya, reponsabili di oltre un migliaio di vittime. A tutto questo va aggiunta la galassia di milizie che attraversano il Paese, più o meno allineate con la causa jihadista. Per questo motivo, ogni iniziativa diplomatica dovrà tenere conto delle frammentazione. Un aspetto tutt’altro che facile, come dimostrano le difficoltà di Haftar nella Mezzaluna petrolifera contro le milizie guidate da Ibrahim Jadran provenienti da formazioni diverse.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME