Un’escalation pericolosa scuote il Medio Oriente e il mondo intero dopo l’attacco preventivo israeliano contro le strutture nucleari iraniane, avvenuto giovedì sera. Nonostante le ripetute assicurazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dei funzionari americani, secondo cui gli Stati Uniti non avrebbero avuto alcun ruolo nell’offensiva, la realtà racconta una storia diversa. L’azione di Israele, guidata dal primo ministro Benjamin Netanyahu, sta in fatti trascinando gli Stati Uniti in un nuovo conflitto, minando le promesse elettorali di Trump di evitare “guerre senza fine” e suscitando la furia della sua base Maga, fermamente contraria a nuove avventure militari. Lo riporta un articolo di Politico, che evidenzia le tensioni interne al movimento che ha riportato il tycoon alla Casa Bianca.
La promessa tradita del tycoon
Trump aveva fatto campagna elettorale promettendo di porre fine a quello che i suoi sostenitori definiscono “avventurismo internazionale” degli Stati Uniti, opponendosi all’establishment favorevole agli interventi militari. Tuttavia, l’attacco israeliano a Teheran minaccia seriamente di compromettere questa promessa. Sebbene l’amministrazione statunitense abbia negato qualsiasi coinvolgimento, venerdì mattina, Trump ha ribadito il sostegno degli Stati Uniti a Israele, elogiando persino l’attacco, meno di 24 ore dopo aver chiesto a Israele di astenersi da azioni militari. Dichiarazioni che sollevano alcuni interrogativi: Trump ha cercato e fallito nel fermare Netanyahu, dimostrando una mancanza di influenza, o ha segretamente avallato l’operazione, tradendo le aspettative della sua base? Quesiti a cui ha risposto lo stesso presidente Usa, quando ha rivelato al New York Post di essere sempre stato a conoscenza dell’attacco israeliano contro l’Iran e dei dettagli.
L’attacco arriva in un momento delicato, con negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran inizialmente previsti per oggi, guidati dall’inviato speciale Steve Witkoff. Colloqui che, come ha fatto sapere Teheran, non si terranno a causa dell’escalation delconflitto. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che l’Iran non parteciperà ai colloqui sul nucleare finché Israele continuerà i suoi attacchi. In una conversazione con il presidente francese Emmanuel Macron, Pezeshkian ha sottolineato il favore dell’Iran per la diplomazia, ma ha chiarito che non accetterà “richieste irrazionali sotto pressione” né negoziati mentre persistono gli attacchi del “regime sionista”, secondo quanto riportato dalla presidenza iraniana.
Ora, il rischio è che Teheran, sentendosi tradita, possa reagire contro le basi americane nella regione, costringendo Trump a un intervento militare che ha sempre dichiarato di voler evitare. “Quello che il presidente farà da qui in avanti potrebbe definire la sua presidenza,” ha dichiarato Matt Boyle di Breitbart a Politico, sottolineando la necessità di bilanciare il sostegno a Israele, considerato il principale alleato degli Stati Uniti nella regione, con l’imperativo di evitare un coinvolgimento diretto in guerra.
Base Maga infuriata con Israele
Nel frattempo, la base Maga, che aveva implorato Trump di fermare Israele, è infuriata. Figure di spicco come Saagar Enjeti di Breaking Points hanno accusato Israele di aver “fatto beffa degli Stati Uniti” e di aver sabotato deliberatamente i negoziati per trascinare gli Stati Uniti in guerra. Enjeti ha puntato il dito contro Trump, sostenendo che il presidente abbia “fatto beffa” dei suoi stessi sostenitori, elogiando l’attacco e confermando il supporto materiale a Israele. Anche Charlie Kirk, leader di Turning Point USA, ha espresso preoccupazione, sottolineando che l’azione israeliana avrà “gravi implicazioni domestiche” negli Stati Uniti, riaprendo il dibattito sul finanziamento e la vendita di armi a Israele.
Le voci più influenti legate al movimento Maga, come Tucker Carlson, Steve Bannon e la deputata Marjorie Taylor Greene, sono unite nel chiedere che gli Stati Uniti si tengano fuori dalla guerra. Carlson, in una newsletter citata da Responsible Statecraft, ha accusato gli Stati Uniti di essere al centro degli eventi a causa del sostegno militare a Israele, definendo un eventuale coinvolgimento diretto “un dito medio in faccia” agli elettori che hanno votato per un governo che metta gli Stati Uniti al primo posto.
Anche figure come il senatore Rand Paul e il deputato Thomas Massie hanno espresso il loro dissenso. Paul ha lodato Trump per aver spinto l’Iran verso il tavolo dei negoziati, ma ha ribadito che “diplomazia e deterrenza, non guerre infinite, devono essere la priorità”. Massie, invece, ha criticato il sostegno finanziario a Israele, sostenendo che un paese in grado di lanciare guerre offensive non abbia bisogno dei soldi dei contribuenti americani.
L’attacco preventivo di Netanyahu, con il coinvolgimento degli Stati Uniti, potrebbe provocare una ribellione di una parte significativa della base Maga contro il presidente Trump. È davvero disposto il presidente statunitense a correre questo rischio politico per sostenere una guerra che ha dichiarato non essere la sua?
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