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La tensione continua a salire in Medio Oriente, e vede coinvolti Iran, Israele e Stati Uniti. L’annuncio di Donald Trump sul rinnovo delle sanzioni contro Teheran, scattate la mezzanotte di martedì, sono l’ultimo evento di un’escalation che sta caratterizzando ormai da mesi la regione.

Washington ha deciso di intraprendere, insieme a Israele e con il supporto delle monarchie del Golfo, un lento assedio nei confronti dell’Iran. La guerra in Siria e quella in Yemen hanno mostrato al mondo le capacità strategiche iraniane. I tre Paesi contrari all’espansione dell’influenza iraniana, hanno deciso di colpire definitivamente la sua rete d’interessi. E lo scontro si sta facendo molto elevato.

Le sanzioni e le richieste israeliani di abbandonare l’Iran stanno scalfendo la geopolitica degli Ayatollah. Dal’altro lato, le minacce da parte iraniana di chiudere lo Stretto di Hormuz e i colpi inferti dagli Houthi alle petroliere saudite e alle forze della coalizione araba in Yemen stanno mostrando un aumento di retorica ma anche di operatività da parte di Teheran. La tensione si sente. La retorica bellica da entrambe le parti mina profondamente la capacità di dialogo.

Adesso sembra veramente di essere entrati in un vicolo cieco in cui il blocco composto da Israele Stati Uniti pare abbia intrapreso la strada del cappio introno all’Iran. Dall’altro lato, sanzioni e questione nucleare stanno facendo alzare in volo i falchi del sistema iraniano. E i Guardiani della Rivoluzione e le frange più radicali del Paese rischiano di assumere la guida del Paese dopo che la via diplomatica di Hassan Rohuani non appare più capace di dare risposte.

A questa situazione di stallo, le vie di uscita appaiono estremamente poche e ridotte soltanto a due opzioni. Il continuo proseguire di questa condizione di inimicizia fino al cedimento di una delle parti, oppure la guerra. E questa seconda opzione è quella che chiaramente preoccupa maggiormente per i risvolti umanitari, politici ed economici su tutta la regione. Effetti che si riverserebbero nell’immediato su tutto il mondo.

Ma l’opzione della guerra non sembra essere credibile per gli attori in gioco. Israele, Iran e Stati Uniti parlano di guerra. Ma fondamentalmente non conviene a nessuno. Gli effetti del conflitto sarebbero estremamente svantaggiosi per tutti i Paesi. La guerra può essere una via d’uscita per l’escalation, questo è certo. Com’è anche certo che, proprio la convinzione che l’avversario non scateni un conflitto, può comportare un tale aumento delle tensioni e della retorica bellica che l’incidente può avvenire da un momento all’altro.

Tuttavia sono chiari a tutti gli effetti, pericolosissimi, di una guerra. Da un punto di vista economico e strategico, un conflitto di bassa intensità o di breve durata può essere retto sia dall’Iran che da Israele (con il supporto degli Stati Uniti). Ma è evidente che questo comporterebbe una serie di rischi che nessuno vuole assumersi.

Israele è perfettamente consapevole che la guerra con l’Iran sarebbe prevalentemente missilistica. E il territorio dello Stato ebraico è circondato da alleati dell’Iran, a cominciare da Hezbollah, con una potenza di fuoco in grado di mettere sotto forte pressione le Difese israeliane. Questo indurrebbe una serie di reazioni che potrebbero minare profondamente il sistema economico del Paese. Hezbollah può colpire direttamente i giacimenti off-shore che rappresentano una risorsa preziosissima per il governo di Benjamin Netanyahu.

Dall’altro lato, la guerra in Yemen e il siluramento di due navi cisterne saudite a Bab el Mandeb – con conseguente annuncio di Netanyahu di una coalizione regionale per evitare che l’Iran blocchi lo stretto che porta al Mar Rosso – ha mostrato che esiste il concreto pericolo che il traffico di petrolio e mercantile dal Golfo Persico e Oceano Indiano potrebbe effettivamente subire un pesante contraccolpo. Inoltre, l’aumento dei prezzi del petrolio, inevitabile, indurrebbe un effetto domino su tutto il mercato interno e internazionale.

Per l’Iran, una guerra con Israele sarebbe anche ipotizzabile nel breve termine. Ma i contraccolpi politici ed economici sarebbero gravissimi. Se l’Iran decidesse di dare seguito alle minacce, anche solo a quella della chiusura di Hormuz, gli alleati più importanti di Teheran sarebbero costretti a non dare seguito alle politiche iraniane.

La Russia rischierebbe di vedere rompersi davanti agli occhi quanto costruito in anni di durissimi negoziati con Israele per far concludere i raid in Siria e far accettare la vittoria di Bashar al Assad, mentre la Cina, partner degli Ayatollah, vedrebbe con estremo pericolo la minaccia di una guerra per due motivi: i rischi sulla Nuova Via della Seta e il problema del petrolio del Golfo Persico.

A questo si aggiunge anche un problema di natura militare: avere Israele e Strati Uniti contro non sarebbe un problema di secondaria importanza. E la guerra, unita alle proteste per il carovita e le sanzioni, potrebbe essere una miscela esplosiva per il sistema della Repubblica islamica. Forse il vero obiettivo dell’amministrazione Trump.

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