La geopolitica della corsa allo spazio
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L’intera campagna di “guerra informatica” perpetrata dal Cremlino negli ultimi 5 anni è costata come un singolo jet da combattimento F-35: ma la potenza di quale di queste due “armi” ha influito di più sull’equilibrio mondiale?

Il quesito è stato posto da Timothy Snyder, storico americano che ha recentemente rivisitato le teorie sulla guerra di von Clausewitz, che definiva “la guerra come l’uso della violenza da parte di uno stato per imporre la propria volontà a un altro”, determinando che oggi giorno negli scontri tra superpotenze, dove la tecnologia bellica ha raggiunto i più letali orizzonti, quella informatica permette a uno Stato di “ingaggiare direttamente la volontà del nemico, senza impiegare il mezzo della violenza”.

Secondo lo storico americano, sarebbe stato questo il rivoluzionario approccio della Russia: instaurare una guerra dell’informazione basata su un esercito di troll -supportati da cyber divisioni di esperti hacker – con l’obiettivo di modificare la percezione dell’Occidente con conseguenze tangibili sulle scelte delle democrazie in Europa e negli Stati Uniti.

Quando gli occidentali iniziarono a sentir parlare dell’ “esercito di troll di Vladimir Putin”, all’incirca cinque anni fa, la strategia russa sembrava assurda. Secondo quanto scrive Snyder, “il presidente Obama nel marzo 2014 aveva liquidato la Russia definendola un debole “potere regionale”.

E invece, secondo le stime, il Cremlino avrebbe investito ogni anno un budget per “commentatori del web” e redattori di fake news per un importo analogo a quello di un solo caccia multiruolo F-35 Joint Strike Fighter (indicativamente 120 milioni di dollari) per attrarre sempre più sostenitori e ammiratori in Occidente.

Al centro di questa rete di disinformazione, vi sarebbe un vero e proprio esercito di commentatori guidati da abili professionisti del cyber-warfare che conducono campagne su temi come la guerra in Ucraina, il conflitto in Siria, ma soprattutto le elezioni in Occidente.

Snyder, definito un insolito storico-attivista, ritiene che questi metodi di manipolazione e inganno introdotti della Russia siano la base di una strategia a lungo termine da impiegare contro “obiettivi scelti”.  Snyder vede inoltre in Trump un partner junior di un “progetto russo più ampio”. Preoccupandosi di un’America sempre più simile alla Russia: un Paese sulla via dell’oligarchia economica e che vive di informazioni distorte.

Ciò che non si può non considerare, è come le spese per questa “guerra silenziosa” siano ben più letali delle nuove piattaforme armate delle superpotenze che, si spera, non si scontreranno mai più su un aperto campo di battaglia; ma a colpi di tweet elettorali, di propaganda e anti-propaganda, di disinformazione, spionaggio e malware.

Certo, è una lettura affascinante. Ma rischia di essere eccessivamente di parte. Anche ammettendo una strategia russa per manipolare le opinioni pubbliche del resto del mondo, cosa dire delle altre potenze? Tutti innocenti? La storia, sotto questo punto di vista, ci insegna cautela. 

Il mondo sta cambiando anche grazie alla scoperta delle fake news provenienti da Oltreoceano. Nessuno dimentica la guerra in Iraq e Colin Powell che mostra le fialette. Così come nessuno dimentica gli orrori della guerra in Siria adibiti ad uso e consumo delle opinioni pubbliche delle potenze occidentali coinvolte nel conflitto. Ma come non ricordare anche il caso Skripal e del Novichok.

Insomma, se c’è una guerra della disinformazione, o meglio, dell’informazione mirata, essa è una guerra mondiale al pari delle altre. Tutti la combattono, tutti ne sono artefici. Nessuno è innocente: ma cercare un solo colpevole rischia di essere del tutto fuorviante. Anche questa, per certi versi, è una campagna di informazione mirata.

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