Guerra culturale: vittoria o disfatta? L’analisi di Alain De Benoist

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Oggi si parla di una “destrizzazione del mondo“, o di una “ondata mondiale neo-reazionaria”, o ancora di “ritorno degli anni neri”. Sono solo semplificazioni polemiche. Molte persone di destra ne traggono tuttavia la conclusione di star vincendo la “guerra culturale“. Che idea bizzarra! Di che guerra parliamo? Quale battaglia si è vinta quando ciò che fa autorità nel sistema mediatico-politico continua a riferirsi solo ad “autorità indiscutibili” che pensano il contrario di ciò che pensa la maggioranza della gente?

La verità è che la guerra culturale tutt’al più è stata vinta per difetto. La sinistra progressista ha perso, la destra conservatrice non ha vinto. L’avversario non è stato battuto, è crollato da solo. Ma non per questo ha perso il potere. Gli intellettuali della classe dominante non hanno più niente da dire, si accontentano di ripetere gli stessi mantra, ma sono sempre loro a dare il tono. Il progressismo è morto, la teoria del genere e il wokismo ne sono solo le auto di scorta, ma sono sempre al centro dell’attenzione.

Al tempo dei ciechi volontari e dei sordi di principio, del circo mediatico e dei suoi bollettini parrocchiali, in cui le comunità sono ridotte per mancanza di un grande progetto collettivo a pulsioni identitari o a racconti vittimistici, i rari focolai intellettuali non hanno più alcuna prea sugli eventi. I grandi autori, i “maîtres à penser della gioventù” che un tempo facevano autorità sono morti senza essere sostituiti. Restano qua e là un certo numero di talenti, che però continuano ad essere ostracizzati, confinati ai margini. Per il resto, si è passati dall’era degli uomini di Stato a quella degli esperti in expertise – da Jaurès a Olivier Faure, da Edith Piaf a Aya Nakamura. Non proprio un progresso.

Tutte le forze politiche classiche sono allo stadio della decomposizione. La sinistra socialista è stata rimpiazzata da un prodotto di sintesi “societario” indigesto da quando ha rinunciato alla difesa dei lavoratori e alla critica dei rapporti di produzione per limitarsi ad elargire i diritti soggettivi nel contesto del regime di alienazione dominante. La destra resta occupata a mantenere i suoi profitti, anche a costo di far calare il livello di vita generale – il tutto sullo sfondo dello scandaloso fallimento dello Stato borghese e della crescita del debito pubblico al solo scopo di sostenere artificialmente il consumo.

Disfatta del sistema, disfatta degli intellettuali progressisti, disfatta di una destra che non si è riformata e crede di aver ottenuto la vittoria mentre non produce niente di storicamente adatto ad alimentare un progetto di civiltà coerente. Paesaggio di rovine. Chi contesta seriamente il controllo dell’ideologia dominante sul mondo della cultura? Come lanciarsi in una battaglia culturale senza nemmeno sapere di cosa il significante culturale è il nome? In nome di quale modello antropologico? Di quale immaginario simbolico? Come difendere la singolarità (dei popoli e delle culture) senza un’idea del singolare? Troppo spesso a prevalere sono la pigrizia intellettuale e la riluttanza ad andare a vedere al di là delle comode etichette.

L’ondata populista ha partorito principalmente partiti o regimi conservatori liberali, le cui idee spesso sono solo la resurrezione di idee invecchiate o di banalità scontate che non annunciano affatto un cammino di pensiero all’altezza delle sfide del momento. In economia o in politica estera, ad esempio, essi si limitano a ripetere la vulgata. Questi movimenti e regimi che pretendono di difendere il popolo non hanno ancora capito che il liberalismo è un’ideologia che conosce soltanto individui e non accorda alcuno status particolare alle entità collettive, a partire dai popoli e dalle culture, che vede nell’immigrazione il semplice spostamento di un numero x di individui da un paese all’altro e, per di più, milita da sempre per la libera circolazione degli uomini, dei capitali e delle merci.

Il populismo liberale è una contraddizione in termini. C’è una grande differenza tra accedere al potere perché si sono vinte le elezioni e porre fine all’egemonia dominante. Sostituire un uomo di sinistra del sistema con un uomo di destra del sistema non fa uscire dal sistema. La recente polemica tra l’attuale ministro italiano della Cultura Alessandro Giuli e il saggista Marcello Veneziani, che rimproverava alla destra di Giorgia Meloni di non avere in fondo cambiato niente nella società italiana (solo fuffa, “solo polvere negli occhi”) è stata in questo senso rivelatrice.

Si può uscire dal sistema solo adottando una posizione di rottura. Per disporre di una strategia di rottura che punta a pesare sul momento storico occorrono menti strutturate da una stessa concezione del mondo, dell’uomo e della società. È ciò che più manca. I leaders populisti dovrebbero riflettere sul fatto che sono le classi popolari ad avere più interesse a una trasformazione radicale della società (e le classi borghesi più interesse al suo mantenimento). Si sarebbe addirittura tentati di dire che, dinanzi alle tre grandi ideologie del mondo moderno, il conservatorismo, il liberalismo e il socialismo, il populismo potrà davvero servire il popolo soltanto opponendosi risolutamente al secondo e cercando di operare una sintesi originale degli altri due.

Ciò significa che i populismi hanno bisogno di un programma al contempo conservatore e rivoluzionario che consenta loro di fondare un nuovo soggetto storico nella lotta per l’egemonia. L’idea di un’altra società è difficile da pensare oggigiorno: “Eccoci condannati a vivere nel mondo in cui viviamo”, diceva Francois Furet. Tuttavia, la storia è aperta. Basta allargare la visuale per accorgersene. Si vedrà allora, immediatamente, che oggi c’è qualcosa che finisce e qualcosa che (ri)comincia. E che tutto rimane da fare.

Articolo tratto dal numero 392 (luglio-agosto) di Diorama. Per abbonarsi alla rivista Diorama Letterario (10 numeri in un anno) versare 35 euro sul conto corrente postale 14898506 intestato a Diorama Letterario, Codice Postale 1292, 50121 Firenze oppure effettuare un bonifico sul ccb IBAN IT72Y0760102800000014898506 intestato a Marco Tarchi. Inviare quindi una mail a mtdiorama@gmail.com per comunicare l’indirizzo al quale si vorrà ricevere la rivista.