Gli Stati Uniti muoveranno una guerra economica totale alla Cina, come ha più volte urlato Donald Trump ai suoi sostenitori in campagna elettorale, oppure, al contrario e contro ogni pronostico, il nuovo inquilino della Casa Bianca cercherà una sorta di deal con Xi Jinping?
È ancora presto per dirlo, anche se la seconda opzione prende quota nel silenzio più assoluto. Per capire di cosa stiamo parlando basta incrociare due punti. Il primo: Trump, su certe questioni, potrebbe avvalersi della consulenza di Elon Musk, il miliardario che nelle ultime settimane ha supportato il candidato Repubblicano in tutti i modi possibili. Anche economici, mettendo a disposizione del team elettorale del tycoon oltre 100 milioni di dollari.
Il secondo punto riguarda gli interessi dello stesso Musk. Che in Cina, precisamente a Shanghai, ha aperto una mega factory Tesla nel 2020; ha più volte avuto accesso ai massimi leader cinesi; e che, last but not least, ha più o meno volontariamente contribuito a plasmare l’industria delle auto elettriche d’oltre Muraglia. Siamo quindi sicuri che Trump scontenterà il suo generoso amico?

Due scenari possibili (e Trump potrebbe sorprenderci…)
Restano in piedi, dunque, due scenari. Il più gettonato, ma al contempo non necessariamente il più probabile, racconta di un Trump desideroso di mettere dazi su qualsiasi prodotto realizzato in Cina, così da riequilibrare la bilancia commerciale tra gli Usa e il gigante asiatico e, al contempo, attirare in patria le aziende che negli ultimi decenni avevano delocalizzato altrove.
In questo caso, tuttavia, le tensioni tra Pechino e Washington schizzerebbero alle stelle, perché il Dragone applicherebbe a sua volta contro dazi dando il via ad un effetto valanga. Inoltre, la maggior parte delle grandi aziende statunitensi operative in Cina – da Apple alla stessa Tesla di Musk – subirebbe le conseguenze di una crociata molto più cara ai falchi del Congresso (cioè tutti) che non agli “amici” di Trump.
Ecco perché The Donald potrebbe sorprenderci e sposare un clamoroso scenario alternativo, coincidente con una sorta di coesistenza pacifica – nei limiti economici possibili – con la Cina di Xi Jinping.

Il jolly Musk
Musk ha le credenziali adatte per diventare molto più di un semplice consigliere per Trump. Potrebbe infatti essere la chiave per aprire il blindatissimo portone cinese; il trait d’union che collegherebbe il presidente statunitense alla leadership economica e politica di Pechino; il ponte che, in qualche modo, agevolerebbe il riavvicinamento tra le due principali potenze del mondo.
Musk, come detto, deve infatti difendere i suoi interessi economici all’ombra della Città Proibita, dove il patron di Tesla ha sì subito la scottatura della concorrenza locale, ma dove ha anche guadagnato svariati miliardi puntando sul sistema cinese. L’imprenditore statunitense, inoltre, rischia di perdere parecchio da un brutale decoupling Usa-Cina, così come da qualsiasi aumento delle tensioni tra i due Paesi.
Sposando la versione più anti cinese di Trump, quella dei dazi al 60% su tutto l’import made in China, Musk potrebbe incorrere nell’ira dei funzionari cinesi. Al contrario, qualora l’enigmatico miliardario dovesse fungere da mitigatore per le questioni tariffarie, ma anche per altri temi caldi, come Taiwan – sulla quale, a detta di Musk, Pechino dovrebbe avere la sovranità – in quel caso l’entourage di Xi potrebbe premiare il patron di Tesla inaugurando una nuova era di collaborazione economica.
Sarà un caso, ma Xi Jinping ha alzato il telefono e si è congratulato con Trump a neanche 24 ore dalla vittoria elettorale del tycoon. Quattro anni fa trascorsero tre settimane prima che il il leader cinese chiamasse Joe Biden, che si era invece dovuto accontentare di formali congratulazioni da parte del ministero degli Esteri di Pechino.


