Il Nord Kivu è una terra di conquista. Nella regione in cui l’ambasciatore italiano Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci hanno trovato la morte, si combatte da decenni una guerra per bande. Quelle due regioni, ai confini orientali dell’ex Zaire, non ospitano solo alcuni dei più importanti giacimenti minerari del globo, ma anche milizie armate, banditi e signori della guerra che ne fanno uno dei luoghi più pericolosi del pianeta.

In tutta la fascia che va dal provincia dell’Ituri a quella del Tanganyika per decenni si sono consumante guerre e conflitti. Il detonatore di tutto è stato il genocidio del Ruanda nel 1994. Da quel momento tutto è sprofondato nel caos. Due anni dopo la mattanza, nel 1996, il governo di Paul Kagame, di etnia Tutsi, invase il vicino Zaire governato da Mobutu Sese Seko con lo scopo di perseguire gli autori dell’eccidio che si erano rifugiati nelle regioni orientali del Paese.

A quello fece seguito un primo conflitto che coinvolse anche altri Paesi come Uganda, Burundi, Angola e che nel 1997 portò alla destituzione proprio di Mubutu e alla successiva nascita della Repubblica democratica del Congo presieduta da Laurent Kabila. Qualche anno più tardi le tensioni risposero e nell’agosto del 1998 scoppiò un nuovo conflitto che gli storici avrebbero poi ribattezzato “Guerra mondiale africana”.

Uno scontro sanguinoso interno alla Repubblica democratica del Congo che vide contrapposti due fronti: Congo, Namibia, Zimbabwe, Angola e Ciad da un lato e Uganda, Ruanda, Burundi dall’altro. In mezzo decine di milizie e gruppi armati che hanno poi lacciato una pesante eredità in quella fetta d’Africa. Quel confitto, considerato tra i più sanguinosi e mortali dopo la fine della Seconda guerra mondiale, si risolse con il semplice ritiro delle truppe di Kampala e Kigali dalla regione ma non fermò violenze e instabilità nel Nord e Sud Kivu.

Vittime, rifugiati e gruppi: cosa possono dire i numeri

Dopo quell’esperienza in quelle regioni è continuata una guerra a bassa intensità che dura ancora oggi. Una guerra che ha reclamato migliaia di vite. Cercare di fare un conteggio non è semplice. Secondo i dati resi disponibili dal vasto database dell’Armed Conflict Location and Event Data Project è possibile avere un’idea dell’ordine di grandezza. Tra il 2010 e il 2020 le vittime sarebbero state oltre 26 mila, con un picco negli ultimi anni.

È bene ribadire che si tratta di stime, anche perché la raccolta di informazioni è molto difficile. La stessa tendenza è stata comunque fotografata dal progetto Kivu Security Tracker, un’iniziativa avviata dal Congo Research Group della New York University e da Human Rights Watch. Proprio nei giorni scorsi il gruppo ha rilasciato un dossier prezioso per capire cosa avviene in quelle zone: “The Landscape of Armed Groups in Eastern Congo”. Nell’introduzione si legge che il loro osservatorio ha individuato un aumento di uccisioni e altre forme di violenza contro i civili a partire dalla fine del 2019. Allo stesso tempo il Paese ha visto un aumento record di sfollati che ha superato 5,2 milioni di persone., fuggite verso i Paesi vicini come Ruanda, Burundi, Tanzania, Angola e Congo.

Come funzionano le dinamiche locali

Questa instabilità è figlia di un particolare mix che si è creato nel Nord e Sud Kivu. Se è vero che il vicino Ruanda non si è più impegnato direttamente sul suolo congolese, è altrettanto vero che la sua influenza su molte delle milizie è accertata e questo è particolarmente vero soprattutto negli ultimi anni.

Nel report si legge che recentemente il coinvolgimento dei vari attori regionali nei settori orientali del Congo è tornato a crescere, in particolare nel Sud Kivu, dove sia il Ruanda che il Burundi continuano a esercitare la loro influenza. Discorso analogo anche per il Nord Kivu dove Kigali è intervenuta in maniera più energica dopo la vittoria presidenziale di Felix Tshisekedi in Congo all’inizio del 2019.

Oggi, scrive ancora il Kivu Security Tracker, ci sono 122 gruppi che operano lungo il confine orientale dell’ex Zaire, 45 solo nel Nord Kivu. Singolarmente negli ultimi due anni il loro numero è leggermente diminuito dato che nel 2019 se ne contavano circa 130, ma si tratta di andamenti cicilici che paiono fisiologici e non il frutto di un azione di pressione da parte delle forze di sicurezza.

Le ragioni di una situazione stagnante

Quello che la ricerca dell’università di New York mette in luce è che nel tempo sembra che questa strana guerra, un mix di conflitto fra milizie e proxy war, si sia ormai cristallizzata. Gran parte della violenza che alberga in quelle zone è guidata dalla necessità dei singoli gruppi armati di sopravvivere, in particolare estraendo risorse minerarie e contrabbandandole grazie a intermediari verso il vicino Ruanda.

Tutti gli interventi per rompere questo circolo vizioso non sembrano aver avuto successo. La capitale Kinshasa e i suoi giochi di corruzione e potere sono troppo lontani per avere un controllo sufficiente sul territorio, tanto che è molto comune che parti dell’esercito regolare controllino miniere o impongano tasse.

La stessa missione Onu, MONUSCO, attiva dal 2000 e forte di budget (vicino al miliardo di dollari) e uomini, oltre 15 mila caschi blu, non ha mai davvero stabilizzato la regione. I timidi programmi per spingere alla smobilitazione non hanno funzionato e disarmare i gruppi è stato molto difficile. Diverse formazioni esistono da molti anni, mentre altre sono semplicemente la ridefinizione di vecchie compagini che si sono fuse o hanno cambiato nome.

I gruppi più pericolosi

La longevità riguarda in particolare i gruppi più grandi, con una leadership di lunga data come quella di Amuri Yakutumba, Guidon Shimiray, Michel Rukunda, Janvier Karairi, e Katembo Kilalo, tutti veterani dei conflitti armati.

Nonostante siano oltre un centinaio, sono solo quattro, più l’esercito regolare congolese, i gruppi responsabili di un terzo di tutti gli agguati registrati e di metà delle vittime civili. È il caso dell’Adf, l’Allied Democratic Forces, responsabile di circa il 37% delle uccisioni, una formazione islamista nata nel 1996 e responsabile di almeno 800 vittime nei settori settentrionali del Nord Kivu nel 2020.

Secondo fondi congolesi, ugandesi e delle Nazioni Unite, Adf avrebbe legami diretti sia con gli Al-Shabaab somali, ma anche con Al-Qaeda. Nel 2018, secondo un rapporto congiunto del Congo Research Group e della Bridgeway Foundation, un finanziatore dello Stato Islamico, Waleed Ahmed Zein avrebbe versato fondi direttamente ad Adf per le sue attività.

Tra gli altri gruppi degni di nota ci sono le Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda, Fdlr, che secondo il governo di Kinshasa sarebbero le responsabili dell’agguato contro l’ambasciatore Attanasio. Le Fdlr sono una delle formazioni più longeve presenti nella zona, nate da ex partecipanti al genocidio in Ruanda sono composte prevalentemente da Hutu e negli anni sono state ritenute responsabili di terrorismo e violazioni dei diritti umani.

Molto attiva è anche l’APCLS (Alliance of Patriots for a Free and Sovereign Congo), considerata una delle più importanti formazioni della zona è guidata da Janvier Karairi e mossa da una forte ideologia anti ruandese e anti Tutsi. Nel biennio 2012 e 2013 fornì appoggio all forze regolari congolesi per stroncare il Movimento 23 marzo, un gruppo guidato da Bosco Ntaganda (poi condannato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra), che nel 2012, grazie anche al supporto del vicino Ruanda, riuscì per un breve periodo a prendere il controllo della città di Goma, salvo poi essere sconfitto e finire ridimensionato.

Sempre in questa lista va ricordato l’NDC-R, Nduma Defense of Congo-Renovated. Una formazione nata in tempi relativamente recenti (2015) e che trae le sue origini dall’ambito minerario. Negli anni si è scontrata con le Fdlr e altre milizie locali per il controllo delle miniere e spesso è stata indicata come responsabile di violenze, omicidi di massa, stupri e reclutamento di bambini soldato.