La Groenlandia, insieme a Cuba e al Canale di Panama, rappresenta uno dei principali obiettivi della cosiddetta “Dottrina Donroe” – un termine coniato dalla stampa per descrivere la versione trumpiana della Dottrina Monroe. Questa politica, esplicitata nella strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, riafferma l’egemonia statunitense nell’emisfero occidentale, considerato il “cortile di casa” degli Usa, e prevede interventi decisi – inclusi, come dimostrato in Venezuela, l’uso della forza militare – per perseguire obiettivi di sicurezza nazionale e contrastare influenze esterne.
Dopo l’operazione in Venezuela che ha portato alla cattura di Maduro, il presidente Usa Donald Trump ha rilanciato con forza l’interesse degli Stati Uniti per l’acquisizione della Groenlandia. Questa vasta isola artica, territorio autonomo del Regno di Danimarca con circa 57.000 abitanti, è diventata un obiettivo prioritario della Casa Bianca sin dall’insediamento di Trump, come testimonia il viaggio in Groenlandia, risalente al marzo 2025, del vicepresidente J.D. Vance. Ma quali sono i piani dell’amministrazione Trump? E quanto sono reali queste intenzioni?
Ecco il piano di Trump per la Groenlandia
Come ricorda l‘Economist, Trump è stato chiarissimo: «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale». Il presidente lo ha detto ai giornalisti a bordo dell’Air Force One il 4 gennaio, a fianco del senatore Lindsey Graham. I suoi collaboratori, tra cui Stephen Miller, hanno rimarcato il messaggio, sostenendo che il controllo americano è essenziale per mettere in sicurezza l’Artico e proteggere gli interessi statunitensi.
In un’intervista alla Cnn, Miller ha ribadito: «La Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti». Ha definito questa la «posizione formale del governo USA» fin dall’inizio dell’amministrazione. Alla domanda se l’uso della forza sia escluso, Miller ha risposto: «Non sarebbe un’azione militare contro la Groenlandia. La Groenlandia ha una popolazione di 30.000 persone». Ha contestato il diritto danese, chiamandola «colonia della Danimarca», e aggiunto: «Nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia». Dello stesso tenore, le dichiarazioni della portavoce della Casa Bianca, la quale ha ribadito la rivendicazione degli Stati Uniti sulla Groenlandia. «Trump può avvalersi dell’esercito statunitense in qualsiasi momento», ha affermato Karoline Leavitt.
La Casa Bianca ha indicato che il presidente sta valutando «una serie di opzioni» per raggiungere l’obiettivo, e che l’uso delle forze armate «è sempre un’opzione». Il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha reagito duramente: «Basta con le pressioni. Basta con gli insinuazioni. Basta con le fantasie di annessione». La premier danese Mette Frederiksen ha esortato Trump a abbandonare le minacce, affermando che «devono essere prese sul serio».
La strategia Usa
L’Economist descrive dunque la strategia dell’amministrazione Usa: da un lato, alimentare divisioni tra Groenlandia e Danimarca, sfruttando il movimento indipendentista; dall’altro, proporre un accordo diretto con l’isola, possibilmente scavalcando Copenaghen. Funzionari Usa hanno criticato la Danimarca per aver “fallito” i groenlandesi e hanno suggerito dialoghi diretti: secondo l’Economist, l’intelligence Usa sta monitorando il movimento indipendentista al fine di identificare i simpatizzanti degli Stati Uniti e sostenerli. Strategia già applicata con successo in altri contesti e in altri periodi: vedi l’ingerenza Usa in in Euromaidan.
Parallelamente, l’amministrazione Trump starebbe preparando una proposta economica, paragonata da Trump a un «grande affare immobiliare» che porterebbe ricchezza alla popolazione dell’isola. Sul tavolo c’è un Compact of Free Association (COFA), simile a quelli con nazioni del Pacifico, per basi militari e commercio privilegiato.
Le mire sulla Groenlandia e sull’Artico
Il controllo della Groenlandia consentirebbe agli Stati Uniti di rafforzare la propria posizione nell’Artico, una regione che sta diventando sempre più contesa tra Washington, Pechino e Mosca. E che in prospettiva, con i cambiamenti climatici in corso, assumerà un ruolo ancora più predominante. L’Artico, infatti, non è solo una miniera di risorse naturali, ma anche un crocevia strategico per le rotte marittime emergenti, rese accessibili dal ritiro dei ghiacci causato proprio dal cambiamento climatico.
Secondo il Wilson Center, gli Stati Uniti sono impegnati da anni in una silenziosa competizione con Cina e Russia per l’accesso all’Artico. La Cina, in particolare, è un fornitore chiave di terre rare per gli Stati Uniti, ma questa dipendenza è considerata “non sostenibile” a lungo termine, data la crescente rivalità geopolitica tra Washington e Pechino. Alex Plitsas, membro dell’Atlantic Council, spiega: “Ci sono due ragioni principali per annetterla. La prima sono i grandi depositi di elementi rari necessari per la difesa e la produzione elettronica. La seconda è che la Groenlandia offre una legittima rivendicazione sull’Artico, fornendo agli Stati Uniti un vantaggio nelle future competizioni su risorse e navigazione”.
Va detto che gli Stati Uniti, grazie a un accordo del 1951 (e successivi), hanno già il diritto di mantenere basi militari in Groenlandia. La Thule Air Base, situata nel Nord dell’isola, era una grande struttura durante la Guerra Fredda e, nonostante le smentite ufficiali, ospitava anche armi nucleari. Ora ribattezzata Pituffik Space Base, la struttura si occupa di funzioni di allerta precoce e sorveglianza spaziale.
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