La Grecia ci ricorda cos’è l’Europa. Sempre: ciclicamente. Come avviene ormai da molti anni. È la Grecia che ci ha detto, per la prima volta, che la cosiddetta Unione europea fosse in realtà molto meno unita di quanto si credesse. Fu Atene, con quella rivolta populista (ante litteram) a infrangere il tabù dell’Europa come destino indefettibile dei popoli europei. E fu proprio il popolo greco a ricordarci di come la crisi economica non era qualcosa di estraneo alle magnifiche sorti e progressive di Bruxelles, Berlino e dintorni, e che le immagini che pensavamo aver rimosso dai nostri ricordi, i bambini denutriti, generazioni senza lavoro, tagli draconiani a sanità e infrastrutture, era qualcosa molto più vicino di quanto potessimo pensare.

Fu una Grecia sentinella. Il popolo ellenico capì a proprie spese e prima di tutti di cosa fosse capace l’Unione europea manovrata da Angela Merkel e Jean Claude Juncker. E fece capire all’Europa di non potersi fidare ciecamente degli ordini impartiti dalle cancellerie dell’Europa settentrionale, così come di non poter credere alle crescite senza costi, alla spesa pubblica senza controllo. Errori che però il popolo greco comprese, tardi, di pagare di tasca propria. E che nulla valse il voto contrario nei confronti delle politiche di austerità. L’Europa rispose “no” al “no” urlato dalla Grecia. E Atene recepì il messaggio con una serie di manovre lacrime e sangue e con una vendita sempre più serrata dei propri asset, trasformandosi anche in una sorta di avamposto della Cina nel Vecchio Continente.

Ma la Grecia ci ha ricordato anche altro. E ce lo sta ricordando soprattutto in questi ultimi mesi. Il governo greco, questa volta a trazione conservatrice, è si è subito messo di traverso alle manovre di Recep Tayyip Erdogan. Quella Turchia che i greci conoscono fin troppo bene e che per secoli hanno osservato dall’altra parte dell’Egeo adesso è tornata a muoversi e pensare in grande. E ad Atene così come nelle province tdi tutto il Paese, sanno perfettamente quale sia la strategia di qualsiasi governo turco: espandere la propria influenza. E per farlo è quasi impossibile che non parta proprio dalla Grecia, porta dei Balcani e quindi d’Europa. Kyriakos Mitsotakis è da tempo che ha compreso il rischio delle ambizioni del nuovo sultano. E per questo ha iniziato a muoversi. Il governo greco ha avviato un’intensa attività diplomatica per frenare le mire espansionistiche turche nel Mediterraneo orientale, ha blindato i rapporti con Khalifa Haftar in funzione di sfida all’avanzata di Ankara in Tripolitania. Ha avvertito l’Europa del pericolo di continuare a versare miliardi nei confronti di un governo che ha il coltello dalla parte del manico con il nostro continente. E ha lanciato l’allarme, finora apparentemente inascoltato, sulla manovre della Mezzaluna a Cipro, tra droni militari e sogni mai sopiti di conquista (a partire dai ricchi fondali marini). Gli Stati Uniti, lontani sicuramente da questa Europa, forse sono stati gli unici a prendere sul serio (e sfruttare) questi timori greci rafforzando le basi in tutto il territorio ellenico e nelle sue isole. Manovre per avvolgere l’Egeo (passaggio obbligato delle navi russe per il Mediterraneo), ma anche per far capire ai turchi di tutelare davvero l’alleato ellenico.

Adesso la Grecia ci ricorda un’altra battaglia: ed è sempre Erdogan il pericoloso avversario che in questi mesi è stato coccolato dall’Unione europea e criticato, solo a parole, da Bruxelles e dintorni. Il governo greco ha blindato i confini, inviando uomini e mezzi al confine con la Turchia e nelle isole che sono diventate destinazione del fiume di migranti che in questi anni si è riversato dalle coste di quella che fu la Ionia d’Asia. Di fronte alla pavidità europea, troppo impegnata a cedere al ricatto del sultano, Atene ha posto il suo volto più duro (e anche feroce) nei confronti di quelli che non sono soltanto disperati di Idlib, ma anche un’arma che Erdogan utilizza per ricattare l’intera Europa. La popolazione si è sollevata in quasi tutte le isole greche già al collasso per chiedere l’immediata chiusura dei confini e avviare i respingimenti. E anche se a tutti hanno colpito le immagini del barcone respinto con violenza, così come la notizia terrificante del bimbo morto prima di approdare a Lesbo, la realtà è che oggi la Grecia è stata lasciata sola di fronte a un avversario che non rinuncia a usare l’immigrazione come coltello per penetrare nel debole fianco del nostro continente. Una battaglia di civiltà che ha il volto di migliaia di greci che, ancora una volta, risvegliano l’Europa dal torpore.