Grecia al bivio? Il governo greco rinnova il suo impegno sul fronte del riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina senza però indicare una deadline.Secondo l’agenzia di stampa palestinese Ma’an, la promessa è stata suggellata nel corso di un incontro tra la delegazione di Syriza ed i parlamentari palestinesi – tra cui Azzam al-Ahmad da Fatah, Qays Abdul Karim del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina e Mustafa Barghouti dell’Iniziativa Nazionale Palestinese – a Ramallah.La Grecia si andrebbe così ad aggiungere ai 135 paesi che, dal 15 novembre del 1988 – data in cui l’Organizzazione per la liberazione della Palestina ha unilateralmente proclamato l’indipendenza della Palestina – ad oggi, hanno riconosciuto l’esistenza dello stato palestinese. L’ultima, in ordine di tempo, è la Svezia che nel 2014 è stata il primo grande paese membro dell’Unione Europea a sostenere concretamente la soluzione dei “due popoli – due stati”.Per approfondire: Israele e Palestina: verso una soluzione?Nell’elenco alfabetico che comincia dall’Afghanistan – tra i primi a riconoscere la Palestina nel 1988 – e arriva allo Zimbabwe – pronunciatosi a favore nello stesso anno – ci sono anche altri stati membri – come l’Ungheria e la Polonia – che hanno ufficializzato il loro placet prima ancora di entrare a far parte dell’Unione. Le tempistiche di un eventuale ingresso di Atene nella lista dei paesi che conferiscono alla Palestina dignità di stato restano però poco chiare.Il parlamento ellenico aveva già approvato all’unanimità – nel 2015 – una risoluzione con cui chiedeva all’esecutivo di “promuovere i procedimenti adeguati per il riconoscimento di uno stato palestinese e ogni sforzo diplomatico per la ripresa dei negoziati di pace” nella regione.Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) conosciuto con il nome di Abu Mazen, aveva ringraziato i deputati per aver approvato un provvedimento che “passerà alla storia”. Il leader dell’Anp, sebbene l’atto aveva valenza simbolica e di indirizzo, contava sull’appoggio del premier greco noto per le sue simpatie filo-palestinesi e per aver sposato un programma nel quale chiedeva la fine della cooperazione militare con Israele.Alexis Tsipras, kefiah al collo e sempre in prima linea nelle manifestazioni di denuncia dei massacri di Gaza, nel 2011 era tra gli attivisti determinati ad imbarcarsi sulla flotta di navi che avrebbe tentato di rompere l’embargo che blocca la Striscia.Nonostante questo però, il governo ellenico ha lasciato cadere nel vuoto la risoluzione a causa di non meglio precisate “circostanze particolari”.A far slittare il processo potrebbero esser stati gli ottimi legami che oggi uniscono la Grecia ad Israele. Dietro alla nebulosa perifrasi utilizzata dalla delegazione ellenica per chiarire le ragioni del mancato riconoscimento si potrebbe nascondere il cambio di alleanze di Atene. Negli ultimi anni, in particolare nel settore dell’energia, come ricorda il The Time of Israel, la stretta cooperazione tra Grecia e Stato ebraico rappresenta una novità.“La questione si regge su due caratteristiche fondamentali, da un lato, la Grecia ha una tradizione di politica filo-araba e Tsipras e il suo movimento sono tradizionalmente filo-palestinesi, dall’altro, però c’è la forte debolezza economica greca che fa si che si debba trovare alleati scomodi ed Israele, in ragione del suo isolamento geopolitico, rappresenta un attore con cui la Grecia è facilitata ad intessere rapporti”, osserva Matteo Marconi, direttore del programma geopolitica dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG).La parola d’ordine è quindi il “gas”. A suggellare l’asse tra Atene e Tel Aviv interviene – lo scorso gennaio – il vertice di Cipro, preceduto dalla firma di importanti accordi bilaterali. In concomitanza con il summit greco-cipriota-israeliano di Nicosia, la Grecia e alcuni Paesi dell’Europa dell’Est, sollecitati da Netanyahu, hanno tentato di bloccare una risoluzione dei ministri degli esteri dell’Ue che ribadisce la separazione territoriale tra Israele e le colonie nei territori occupati.Alla luce di questo scenario, anche sulla stampa mainstream vengono sollevati dubbi circa l’attendibilità del proclama di Ramallah. Sul punto, Matteo Marconi, non ha dubbi. “Se si pensa alla reazione avuta dalla Turchia nei confronti della Germania in seguito al riconoscimento del genocidio armeno ci possiamo immaginare la reazione di Israele – osserva il docente secondo cui – è difficile che Atene possa arrivare a tanto, sarebbe un errore tattico, la dichiarazione può essere espressione di una simpatia di fondo ma dubito fortemente che avrà delle ripercussioni concrete”.Sembra che le parole dell’ex ministro degli esteri palestinese Nabil Shaath, apparse sulle colonne del quotidiano Haaretz, con cui auspicava che i vantaggi economici a breve termine non avrebbero danneggiato una profonda e preziosa amicizia siano, nei fatti, definitivamente consegnate ad un capitolo chiuso.

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