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La Grecia continua a tessere la sua rete diplomatica. Una tela complessa e articolata che si estende in un quadrante enorme, dal Mediterraneo all’Africa fino al Medio Oriente. Sembra impossibile credere che Atene riesca ad avere un dinamismo così significativa all’interno del panorama mediterraneo e africano. Eppure è questa l’immagine che nel corso dell’ultimo anno ha accompagnato i viaggi di Kyriakos Mitsotakis, premier conservatore che ha cercato di imporre una decisa accelerazione alla fuoruscita della Grecia dal suo “guscio”. E le ultime notizie che arrivano dalla politica estera ellenica confermano questa nuova assertività di Atene.

L’incontro di Paphos

La prima di esse arriva da Paphos, città cipriota dove nei giorni scorsi si è tenuto uno dei principali vertici del Mediterraneo orientale. I rappresentanti di Cipro, Emirati Arabi Uniti, Grecia e Israele si sono incontrati nell’isola per blindare una nuova partnership che affronti i problemi strategici, in particolare quelli energetici, che legano l’area del Levante e del Golfo Persico. Il ministro degli Esteri israeliano, Gabi Ashkenazi, ha descritto l’incontro come “uno dei risultati dei cambiamenti avvenuti in Medio Oriente nell’ultimo anno”. E l’idea di Israele di estendere a Grecia e Cipro gli effetti degli Accordi di Abramo è un simbolo della nuova importanza di Atene nella geopolitica mediorientale.

Chiaro che in questa visione rientri il progetto Eastmed, e cioè il progetto per il gasdotto che colleghi i giacimenti del Mediterraneo orientale all’Europa avendo come terminale proprio la Grecia. Ma questa percezione del paese ellenico non più solo come territorio di passaggio ma come terminale è un simbolo anche di una rinnovata centralità in un contesto difficile e altamente impegnativo come quello che lega Europa, Africa e Asia. Un cambiamento di stato che il professor Michaël Tanchum definisce il passaggio da Stato di transito ad attore transmediterraneo.

L’asse militare con Israele

Non c’è solo gas e nemmeno il Covid-19. Quello tra Israele e Grecia è un rapporto sempre più intenso che si ripercuote anche in campo militare. Da tempo i due paesi hanno blindato le relazioni strategiche: ad esempio con esercitazioni congiunte e scambi di intelligence. Ma adesso l’accordo siglato tra Atene e Gerusalemme assume caratteristiche molto diverse. Lo Stato ebraico entra infatti a pieno titolo tra i “protettori” della Grecia nel Mediterraneo orientale. E l’accordo (22 anni di durata e dal valore di 1,65 miliardi di dollari) è molto più di un simbolo. Israele creerà un centro di addestramento per l’aviazione ellenica che vedrà coinvolta anche l’Italia attraverso Leonardo (vi saranno 10 aerei M-346). Tutto sarà gestito dalla israeliana Elbyt Systems.

Il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, si è detto entusiasta dell’accordo ribadendo che “migliorerà le capacità e rafforzerà le economie di Israele e Grecia”, confermando anche l’idea che “la partnership tra i nostri due paesi si approfondirà a livello di difesa, economico e politico”.

I missili in Arabia Saudita

A pochi giorni dal vertice di Paphos, il governo greco si è poi cimentato in un altro incontro di particolare importanza: il ministro degli Esteri Nikos Dendias e quello della Difesa, Nikos Panagiotopoulos, sono volati a Riad ospiti del segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, Nayef bin Falah Al Hajraf. Vertice che conferma la penetrazione della Grecia nel Golfo e che è stato accompagnato dalle indiscrezioni della stampa ellenica sulla firma di un accordo per dispiegare i Patriot della Grecia in Arabia Saudita. Dispiegamento che prevede inoltre il coinvolgimento di un centinaio di militari ellenici che saranno impiegati appunto in territorio saudita per la gestione dei sistemi.

Anche in questo caso, non possiamo parlare di una novità. Negli ultimi tempi l’Aeronautica greca ha mostrato un’ottima sinergia con quella saudita confermata da esercitazioni congiunte tra le due aviazioni. A marzo se n’era svolta una nei cieli di Creta, e prossimamente se ne svolgerà un’altra molto simile sempre in territorio ellenico. Anche in questo caso saranno coinvolti gli F-15 di Riad.

Accordo con gli Stati Uniti

Il convitato di pietra di questa decisa virata della Grecia verso il Medio Oriente è senza dubbio Washington. Gli Stati Uniti sono chiaramente i promotori di questa nuova partnership tra Atene e i centri nevralgici del Medio Oriente più legati alla strategia americana, da Israele agli Emirati. Ma questo comporta soprattutto la fusione di diverse esigenze strategiche: controllare l’Egeo, evitare l’ancoraggio della Grecia alla sola Europa costruendo una forte intelaiatura militare, rendere Atene un caposaldo della strategia di diversificazione delle fonti energetiche europee, costruendo quindi un’alleanza che superi il reticolato europeo per unire invece la regione del Mediterraneo orientale e, infine, costruire un contrappeso al dinamismo turco.

L’importanza della Grecia per gli Stati Uniti è quindi molto più importante di quanto si possa credere. E questo è stato dimostrato nel corso degli ultimi anni con una serie di accordi che non solo hanno blindato la presenza militare americana a Suda, ma anche rafforzato la presenza Usa nella parte continentale con accordi per l’utilizzo delle basi di Alessandropoli, Stefanovikio e Larissa.

Accordi che non saranno nemmeno gli ultimi. Il ministro Dendias ha infatti confermato che è in corso la definizione dell’Accordo di difesa reciproca (Mdca) e che questo potrebbe avvenire durante la prossima visita di Antony Blinken ad Atene. “Abbiamo già discusso la questione in una telefonata, ma anche quando ci siamo incontrati durante la più ampia riunione dei ministri degli Esteri della Nato poche settimane fa”, ha detto Dendias al quotidiano ellenico Kathimerini. “Vorrei anche sottolineare che al di là dei dettagli tecnici del rinnovo dell’accordo, la sua importanza risiede nel ruolo strategico che gli Stati Uniti ora attribuiscono alla Grecia. E questo è molto più importante di tante questioni che saranno incluse nel rinnovato accordo”. “Vorrei sottolineare che sono già state sviluppate vie di comunicazione diretta tra i leader dei due Paesi, il presidente Joe Biden e dal primo ministro Kyriakos Mitsotakis. In questo contesto, l’accordo deve essere visto come un anello in più che collega i due Paesi nella maggior parte dei settori”, ha confermato il ministro.

L’eterna sfida alla Turchia

È chiaro che i movimenti greci siano anche un inevitabile riflesso della contrapposizione strategica con la Turchia. La rete di alleanza in cui è inserita Atene è, di fatto, una rete di Stati che, in modi diversi, rappresenta anche un contrafforte all’espansionismo turco in quello che in Italia  chiameremmo Mediterraneo allargato. La Grecia, oltre allo storico e inossidabile rapporto con Cipro, ha costruito relazioni con Egitto, Israele, Emirati e Arabia Saudita: tutti paesi che esprimono una politica che in qualche modo si contrappone ad Ankara. Le petromonarchie nella volontà di predominare sul Medio Oriente e culturalmente nel mondo islamico. L’Egitto per la storica rivalità con i turchi (ultimamente ridotta ma comunque incendiaria sia per la Libia che per l’East-Med). Israele, che pure con la Turchia ha avuto per molti anni solidi rapporti, ha con Erdogan un rapporto complesso. E tutto questo, unito alla forte vicinanza della Francia, fornisce un quadro estremamente significativa della logica di contenimento turco in questo blocco.

Atene, in definitiva, sta cercando di inserirsi e di rafforzare un blocco che circonda Ankara. Sia dal punto di vista ideologico, che dal punto di vista strategico. L’intero sistema si poggia su un avversario comune e su interessi economici convergenti, con Israele che raccoglie i frutti di un lavoro diplomatico andato avanti segretamente per decenni e che solo con gli Accordi di Abramo ha potuto esplodere alla luce del sole. Ma è chiaro che l’interesse ellenico, in questa fase, è espressamente la sfida alla Turchia. E l’accelerazione di questi accordi è arrivata proprio con la crescita dell’assertività turca nel Mediterraneo.

La Libia e i legami con la Grecia

Dinamismo turco che si è proiettato soprattutto in Libia. Ed è anche lì che la Grecia si è attivata da tempo, prima con il sostegno al generale Haftar (ricevuto anche nella capitale greca), poi con il pieno appoggio al nuovo corso di Abdul Hamid Dbeibah e Mohamed Menfi (quest’ultimo, non a caso ex ambasciatore libico ad Atene).

La Libia rappresenta per la Grecia un problema. La presenza militare turca non è un tema su cui Atene può soprassedere. Ma il problema principale, in questo momento, è rappresentato dalla penetrazione politica degli stessi turchi, che controllando larga parte della Tripolitania e delle maggiori città-Stato dell’ovest. Mitsotakis è volato a Tripoli nello stesso giorno di Mario Draghi e ha incontrato le più alte autorità libiche. Una settimana dopo ha ricevuto ad Atene il capo del Consiglio di presidenza libico, appunto Menfi, ribadendo la necessità di riprendere il discorso sull’accordo per la delimitazione delle zone marittime.

Mitsotakis ha puntato più volte il dito con gli accordi sulle ZEE tra Turchia e Libia, accordi che sono contenuti, a detta del governo greco, in un memorandum “illegale” che deve essere cancellato. Per ora, dopo il viaggio dell’esecutivo libico ad Ankara, l’accordo sembra confermato. Ma è chiaro che il messaggio rivolto alla Turchia è chiarissimo: la Grecia ha iniziato a giocare la partita nel suo stesso campo. E Mitskotakis appare disposto a tutto per evitare di consegnare a Erdogan una posizione di forza nei negoziati tra i due vicini dell’Egeo.

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