Angela Merkel è stata nelle scorse settimane ad Atene con un obiettivo chiaro: far sì che la Grecia ratificasse una volta per tutte l’accordo sul cambio di nome della Macedonia. Un obiettivo che appare distante dall’agenda politica tedesca, ma che invece è del tutto integrato nella logica di Berlino per il Balcani.

Merkel è stata da sempre uno dei leader più attivi nel far trovare un accordo ad Atene e Skopje che ponesse fine alla diatriba sul nome della Repubblica balcanica. E l’ha confermato anche nelle scorse settimane durante la sua visita di Stato ad Atene. Lì dove cinque anni prima aveva scatenato le violente proteste del popolo, che vedeva nella Cancelliera tedesca il simbolo dell’austerity imposta dai falchi della Troika.

La leader tedesca ha sempre avuto un piano molto chiaro per l’accordo fra i due Stati, Tanto è vero che a settembre scorso la stessa Merkel si è recata in visita in Macedonia esortando il governo di Zoran Zaev a porre fine alla discussione con Alexis Tsipras e firmare un accordo risolutivo della ventennale controversia internazionale sul nome da dare al proprio Paese. E la pressione di Berlino si è fatta sentire da sempre, sin da quando nel 2016 è stato fatto cadere il governo conservatore per promuovere la lista socialista favorevole all’accordo. Un governo che ha avuto anche un fondamentale sostegno da parte della Open Society di George Soros.

Dalla Macedonia, la pressione si è spostata sulla Grecia. E in questo caso, le armi della Germania si sono dimostrate da subito efficienti. Le banche tedesche, insieme alle aziende che hanno acquisito parte del settore industriale ellenico, rappresentano per la Merkel un potere contrattuale enorme nei confronti del già fragile governo Tsipras. E non a caso la stessa Cancelliera ha voluto ribadire la sua vicinanza al popolo greco e la volontà di riaprire i cordoni della borsa. Quasi a voler dare una magrissima consolazione a un popolo ridotto sul lastrico dai propri errori e a cui si è aggiunto il saccheggio da parte europea (tedesco in primis).

Ma mentre ricordava il sacrifico del popolo greco nel momento peggiore della crisi finanziaria, Angela Merkel ne chiedeva un altro, storico così come culturale: accettare che la cosiddetta Fyrom potesse chiamarsi Macedonia del Nord. Un sacrifico che una larga parte del popolo greco non ha accolto con favore, tanto da essere sceso più volte in strada per lanciare il suo grido di rabbia nei confronti di quella che a molti appare come un resa della propria identità nazionale. Idea ribadita anche dal leader dell’opposizione Kyriakos Mitsotakis, che si prepara a vincere le prossime elezioni.

Ma perché la Germania dovrebbe essere così impegnata in un accordo che non sembra particolarmente interessante per il futuro di Berlino? La realtà è che la Cancelliera tedesca ha un piano molto chiaro, far sì che i Balcani entrino nell’area europea evitando che restino delle isole non parte del sistema comunitario.

La Macedonia (così come l’Albania) all’interno dell’Unione europea e del blocco occidentale permetterebbero alla Germania di avere una sorta di blocco continentale che arriva fino al Mediterraneo orientale e che giungerebbe direttamente in territorio tedesco. Per l’industria tedesca, significherebbe capacità operativa e di investimento dal proprio territorio fino alla Turchia. Un modo che servirebbe anche a tutelarsi nei confronti dell’avanzata cinese nell’area.

Difficile dire che Skopje possa entrare nel giro di pochi anni all’interno dell’Unione europea. Lo stesso Mitsotakis, leader di Nuova Democrazia, ha confermato in questi giorni che l’accordo di Prespa non indica che si prospetti un futuro nell’Ue per la Macedonia del Nord. Ma è altrettanto vero che Mitsotakis fa parte del Partito popolare in cui la Cdu di Merkel ha un peso enorme. Ed è anche vero che di recente il leader di Nuova Democrazia è stato inviato dai bavaresi della Csu per un incontro molto importante sotto il profilo delle relazioni fra Grecia e Germania. La stessa Merkel ha ottimi rapporti con il vertice dell’opposizione ellenica. E questo potrebbe essere un elemento fondamentale.