Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

“Vogliamo raccontare i drammi senza fine del Congo, una terra tormentata da gruppi armati anche di matrice islamista, depauperata dallo sfruttamento delle risorse minerarie, travolta da epidemie e da sfide che riguardano tutti noi. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo di chi da anni si occupa di questo Paese: il fotografo Marco Gualazzini e il giornalista Daniele Bellocchio.
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Tra poco più di un mese, il 22 febbraio, sarà trascorso un anno dalla tragica morte dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio nella Repubblica Democratica del Congo. A quasi 364 giorni di distanza da quel drammatico agguato durante il quale persero la vita il giovane ambasciatore italiano, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista del fuoristrada su cui viaggiavano Mustapha Milambo, le indagini sembrano essere ormai giunte al termine. Il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco a breve chiuderà la fase istruttoria e depositerà gli atti. Ad oggi, per quel si è potuto conoscere, appaiono evidenti le responsabilità del World Food Programme (Pam) nella erronea gestione della sicurezza ma si è scoperto inoltre che l’organizzazione delle Nazioni Unite ha anche alterato il documento di viaggio trasmesso alla Monusco (misisone di peacekeeping ONU in RDC) omettendo il nome dell’ambasciatore e del carabiniere di scorta e segnalando soltanto la presenza di funzionari del Pam nel convoglio. Molte ombre ammantano ancora la tragedia e InsideOver, per cercare di fare un po’ più di chiarezza, ha ascoltato l’ingegnere Salvatore Attansio, padre dell’ambasciatore, che ha rilasciato un’intervista che permette di comprendere quale sia l’attuale situazione delle indagini, capire le incongruenze che sono emerse durante le inchieste e avere un ricordo autentico e prezioso dell’ambasciatore Luca Attanasio.

Ingegnere, è quasi trascorso un anno dal drammatico agguato avvenuto in Nord Kivu, molto si è letto e si è sentito in merito, qual è la sua opinione su quanto è accaduto?

Un’idea ben chiara non ce l’abbiamo. Noi abbiamo acquisito numerose informazioni dalla stampa. Sappiamo che la Procura di Roma sta lavorando alacremente e abbiamo assoluta fiducia nell’operato dei nostri inquirenti. E’ chiaro però che, a fronte delle informazioni che abbiamo acquisito, ci sono ancora molti punti oscuri da chiarire. Si è parlato di un tentato rapimento ma crediamo ben poco a questa tesi. C’erano tre bianchi nel convoglio, se si fosse trattato di un rapimento a fine di estorsione credo che li avrebbero prelevati tutti e tre, non avrebbero fatto selezione. In ogni caso dobbiamo attendere la chiusura dell’inchiesta per sapere esattamente cos’è accaduto.

Tra i punti oscuri della vicenda ce n’è uno di cui si è parlato moltissimo: l’assenza del rispetto delle norme basilari di sicurezza…

Questo è uno degli aspetti più strani di tutta la vicenda al quale il Pam deve dare delle risposte comprensibili, plausibili e attendibili, anziché arrampicarsi sugli specchi ricorrendo all’immunità. Stiamo parlando di un triplice omicidio, non di un incidente casuale. E la nostra stessa procura ha ravvisato che ci sono state grosse lacune nella preparazione della sicurezza del convoglio. Come è gravissimo il fatto che sembra sia stato alterato il documento del Pam trasmesso alla MONUSCO nel quale non è stata indicata la presenza dell’ambasciatore a bordo del convoglio. E’ evidente che se i caschi blu avessero saputo per tempo della presenza dell’ambasciatore, sicuramente, o avrebbero predisposto una sicurezza diversa o non avrebbero autorizzato lo spostamento.

Lei che risposte si è dato riguardo al fatto che Mansour Rwagaza, responsabile della sicurezza del Pam, abbia alterato i documenti e non abbia comunicato la presenza dell’ambasciatore Attanasio e del carabiniere Iacovacci alla MONUSCO?

Questo è uno dei punti che devono essere assolutamente chiariti. E chi lo può chiarire se non l’ente interessato? Tra l’altro Rwagaza è un testimone oculare perchè c’era anche lui a bordo del convoglio quando c’è stato l’attentato e non può quindi nascondersi dietro l’immunità. Secondo noi questo è il perno di tutta l’inchiesta.

Il Pam si è appellato all’immunità diplomatica per i suoi dirigenti; voi, in quanto famigliari e genitori di Luca Attanasio, come l’avete vissuta questa decisione del Programma Alimentare Mondiale?

E’ una vergogna e uno schiaffo ai famigliari ma non solo, è uno schiaffo anche all’Italia perchè stiamo parlando di un ambasciatore e l’ambasciatore, sino a prova contraria, è il rappresentante dello stato. Negare questo accertamento significa negare anche all’Italia l’accertamento della verità. Riteniamo che oltre al nostro sdegno ci debba essere anche una forte reazione del nostro governo affinchè si opponga a questa presa di posizione che personalmente ritengo indecente da parte di un’organizzazione mondiale che si ritiene umanitaria. Di umanitario non c’è nulla in tutto questo.

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CAUSALE: Reportage Congo
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Tra i testimoni oculari presenti all’agguato c’era anche un altro italiano Rocco Leone, vicedirettore del Pam in Congo e che è riuscito a mettersi in salvo nel momento in cui si è consumata la tragedia. Voi avete avuto per caso modo di parlare, ascoltare il suo racconto, confrontarvi con il dottor Leone?

No, assolutamente. Ad oggi non abbiamo avuto nessun tipo di contatto con il dottor Leone. Vedremo alla chiusura delle indagini quale sarà la sua posizione in merito. Certamente, essendo uno degli alti vertici del Pam, anche lui deve dare delle spiegazioni. Io mi chiedo come sia possibile che un alto dirigente non conosca i protocolli di sicurezza. Secondo me, resosi conto di questa grossa lacuna, avrebbe dovuto impedire il viaggio, non autorizzarlo.

L’ambasciatore Attanasio quel giorno stava recandosi a Rutshuru su invito del Pam, per visitare un centro di distribuzione alimentare: è corretto?

Esattamente, lui era stato invitato dal Pam per andare a visitare questo centro del Programma alimentare mondiale perchè l’obiettivo era poi quello di replicarlo in un’altra regione del Paese. Lui quindi doveva osservare l’ operatività di questo centro. E sottolineo: su invito del Pam. Da quel che so, la sera precedente all’agguato, mentre era a cena con altri italiani, lui ha più volte domandato chi si occupasse della sicurezza e gli è stato ripetutamente risposto, dagli organizzatori del viaggio, che la strada era sicura. In realtà si è poi venuti a sapere che la sera precedente all’agguato era stata diramata un’allerta che interessava proprio l’area di Kibumba.

Parlando invece della reazione che c’è stata in Italia le chiedo qual è stato, dal suo punto di vista, l’atteggiamento del Paese?

Dopo un primo mese durante il quale i media hanno parlato e straparlato di questo agguato poi c’è stato un silenzio tombale a livello mediatico. Silenzio invece non c’è stato da parte delle istituzioni perchè devo dire che noi, sia con il Ministero degli Esteri che con la Procura, attraverso il nostro avvocato, siamo sempre rimasti in contatto. Sicuramente le istituzioni stanno continuando a fare quello che rientra nei loro poteri, è chiaro che per smuovere le autorità congolesi e per smuovere lo stesso Pam servono delle forze maggiori. Dall’Europa per esempio nessuno ha mosso un dito. Perchè questa totale assenza del Parlamento europeo?

Nel saggio inchiesta ”morte di un ambasciatore” si legge la testimonianza di un missionario che sostiene che si sia trattato di un’operazione pianificata dal Ruanda, addirittura chiamata Operazione Milano, poiché, si legge: ”l’ambasciatore Attanasio era entrato in possesso di documenti e prove di fosse comuni nel Nord Kivu”. Lei cosa ne pensa di questa tesi?

E’ la prima volta che sento questa storia e anche la moglie di Luca, Zakia, non ha mai saputo nulla di questa teoria. Ci tengo a ricordare che Luca era lì, in Congo, per fare il diplomatico, non l’investigatore. Noi riteniamo che sia poco probabile questa ipotesi, poi spetterà agli inquirenti valutarne il peso e fare le indagini necessarie.

Sempre riguardo la reazione italiana; noi abbiamo visto che da un lato il Presidente Mattarella ha consegnato l’onorificenza di Gran Croce d’Onore dell’Ordine della Stella d’Italia all’ambasciatore Luca Attanasio, dall’altro lato c’è stata però la grave dimenticanza, da parte del comune di Milano, della figura di Luca Attanasio in occasione della consegna dell’Ambrogino d’oro. A segutio di questo incidente lei ha incontrato il sindaco Beppe Sala, che incontro è stato quello con il primo cittadino di Milano?

Con il sindaco Sala non abbiamo parlato specificatamente dell’Ambrogino perchè non ci interessa il riconoscimento in sé, ci interessa che la città non dimentichi Luca e continui a sostenere la sua causa. Il peso della città di Milano è importante. Sala ci ha assicurato il suo impegno in questo senso e il Comune farà iniziative in ricordo di Luca. E il ricordo è la base di tutto.

”Il ricordo è la base di tutto”. C’è un ricordo di suo figlio, l’ambasciatore Luca Attanasio, capace di ritrarre la persona che era, e che lei ora vuole condividere con noi e con i nostri lettori?

Luca era un ragazzo semplice che aveva un innato entusiasmo e un’innata voglia di fare per il suo Paese e per la gente meno fortunata. Aveva in sé un’umanità gigantesca. Chi lo incontrava per una sola volta poi lo ricordava per sempre. Un suo abbraccio, non era un semplice gesto di circostanza, si capiva che veniva dal cuore. Era una persona istintiva che non faceva nulla per un secondo fine. Lui attraverso la carriera diplomatica aveva intravisto la possibilità di fare del bene. Ha portato un nuovo vento nella nostra diplomazia, un vento sicuramente positivo che farà scuola per le prossime generazioni.