Domenica 25 marzo migliaia di cittadini moldavi sono scesi in piazza nella capitale Chisinau, per manifestare a favore di una riunificazione con la Romania, esattamente come fu 100 anni fa. La manifestazione, infatti, è stata volutamente fissata in prossimità del 27 marzo, l’anniversario dell’unificazione di Romania e Moldova dopo la Grande Guerra, che quest’anno ha celebrato il suo 100esimo compleanno, quando ancora la Repubblica di Moldova si chiamava Bessarabia.
La manifestazione è stata fortemente voluta dai democratici del primo ministro Pavel Filip, filo-europeista, anche in vista delle elezioni politiche di novembre, con la volontà di incanalare le forze filo-Bruxelles del Paese. A corroborare ciò, proprio nella giornata di martedì 27 il parlamento moldavo ha votato simbolicamente un parere favorevole alla riunificazione con Bucarest.
Tale strategia, a detta di molti opinionisti, sarebbe volta a dare una posizione di sicurezza politica ed economica al piccolo Paese carpatico, che rischia di finire schiacciato nella lotta attualmente in corso tra Unione europea e Federazione Russa. La Moldavia, infatti, non ha sbocchi sul mare, e condivide i suoi confini con Romania ed Ucraina, e deve fare i conti con importanti divisioni etniche al suo interno. La spinta unionista proviene da quella che fino al 2009 è stata una forte maggioranza partitica filo-europeista, guidata appunto da primo ministro Pavel Filip, oggi alla testa di una sparuta minoranza, dopo uno scandalo che nel 2014 vide coinvolto l’ex primo ministro Vlad Filat, arrestato per una frode di 18 miliardi di Leu (circa 890 milioni di euro), ai danni delle tre maggiori banche del Paese, detenenti circa il 30% di tutta la ricchezza dei moldavi.
Ad oggi, l’agenda di politica estera di Chisinau, anche grazie all’influenza del presidente Igor Dodon, socialista e filorusso, guarda con molta attenzione a Mosca, ma il forte coinvolgimento popolare, vicino per lingua e cultura alla Romania, europea, rende il dialogo con Mosca accidentato e precario. Le motivazioni per le quali, secondo molti media europeisti, Chisinau dovrebbe ricongiungersi alla Romania, pongono alla base la ragione etnica, e ovviamente la possibilità che una nazione in espansione come la Romania possa garantire un maggiore benessere sotto l’ombrello di Bruxelles.
Da Mosca, il tentativo dei democratici è visto come l’ennesima occasione per erodere terreno alla Russia, e non hanno tutti i torti, visti anche i grandi investimenti effettuati da Bucharest in termini di spesa pubblica per la difesa, sotto l’egida della Nato, con la quale le forze militari romene tengono annualmente esercitazioni congiunte. Già nelle ultime elezioni, erano fluiti verso i partiti europeisti moldavi alcuni milioni di euro e dollari per sostenere le campagne elettorali, ma le forze filorusse sono riuscite a tenere botta. Ora, in occasione di celebrazioni dal sapore patriottico e nostalgico, rilanciano per aumentare le pressioni sul Cremlino.
La maggioranza della popolazione moldava è di lingua ed etnia romena, per circa tre quarti, e convive con una minoranza turca, che abita la Gagauzia, e una russa-ucraina che invece si colloca in Transnistria. I moldavi romeni hanno vissuto non pochi momenti di scontro con questi due gruppi etnici, anzi forti si rivelano i movimenti autonomisti, indipendentisti e secessionisti che agiscono nelle regioni.
La Gagauzia riuscì, nel 1995, a ottenere una condizione di maggiore autonomia rispetto alle autorità centrali, mentre in Transnistria il fronte separatista resta ancora caldo. Nel 2014 nella regione di Tiraspol si è tenuto un referendum consultivo, senza valore legale, nel quale il 97% dei residenti dell’autoproclamata repubblica hanno votato a favore dell’annessione alla Russia, così come avvenne tra il 1940 e il 1991, periodo in cui la Moldavia fu parte dell’Unione Sovietica. Il referendum, tuttavia, non ottenne particolare rilievo, in un momento particolarmente caldo quale quello dell’annessione della Crimea e lo scoppio delle ostilità in Donbass.