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Politica

Grande festa: la Ue dà l’elettricità ai Baltici mentre Trump ci vende il gas a triplo prezzo

La Von Der Leyen ha partecipato alla festa dei Baltici per la disconnessione dalla rete elettrica russa. E intanto Trump e Putin...
Von Der Leyen

È facile trovare in Rete un video diffuso negli scorsi giorni. In ogni caso lo abbiamo inserito in questo articolo. Si vede la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con i leader dei tre Paesi baltici. Insieme, festeggiano la disconnessione di Lituania, Estonia e Lettonia dalla rete elettrica che avevano in comune con Russia e Bielorussia, e la connessione con la reti europee. Al centro, il presidente lituano Gitanas Nauseda attende al telefono la conferma dell’avvenuto “taglio” e poi, esultante, dice agli astanti: “È fatta! Addio Russia! Addio Lenin!”. E giù risate e applausi.

L’abbiamo detto e scritto tante volte: impossibile non capire i Paesi usciti dall’ex Unione Sovietica nei loro rancori contro la Russia. Sette decenni di dominazione altrui e di centralismo grande russo non potevano non lasciare cicatrici indelebili. Il problema è che con i rancori puoi forse ottenere e conservare il potere, ma è molto difficile fare politica. E il video di cui stiamo parlando è la dimostrazione lampante di questo assioma. I tre Paesi baltici si sentono più sicuri ne dividere il più possibile le loro stori da quelle della Russia? Nessuno li può giudicare. Ma se questo deve diventare “la” politica dell’Europa, allora qualcosa si può dire.

Le forche caudine della Ue

Mentre la Von Der Leyen, in Lituania, rideva e applaudiva come se avesse appena assistito a un evento epocale, nel mondo reale succedevano alcune cose interessanti. Donald Trump, che dell’Unione Europea si ricorda solo per criticarla e minacciarla, annunciava di aver parlato con Vladimir Putin, comunicando così ufficialmente (ma che Casa bianca e Cremlino già fossero vin contatto si sapeva) al mondo che il negoziato per porre fine alla guerra in Ucraina era iniziato. Senza la Ue, peraltro, nonostante che il presidente ucraino Zelensky abbia a lungo chiesto di avere anche Bruxelles al tavolo delle trattative.

Altro fatto: alla Borsa di Londra il prezzo del gas naturale superava i 620 dollari per mille metri cubi per la prima volta dall’8 febbraio 2023. Inoltre, secondo i dati di Gas Infrastructure Europe, l’associazione di 70 operatori europei del settore, le riserve di stoccaggio sotterraneo di gas in Europa sono scese sotto il 50% e i tassi di prelievo di febbraio sono vicini ai massimi storici. Dall’inizio della stagione del riscaldamento, l’UE ha già prelevato più della metà del combustibile accumulato per l’inverno, ovvero 53,2 miliardi di metri cubi. Nessuna particolare preoccupazione, nessun allarme urgente, per carità. Ma a fronte dei dati di consumo c’è una realtà indiscutibile, ben descritta in queste pagine da Giuseppe Gagliano: “… nel 2024 le esportazioni di GNL russo verso l’Europa sono aumentate del 20% rispetto al 2023, con Germania, Francia, Spagna e Belgio tra i principali destinatari”. E l’Europa si ritrova, grazie alle politiche illuminate di questi ultimi anni e alla folle speranza di usare l’Ucraina per annichilire la Russia, nella scomoda situazione di dover scegliere tra il gas russo (rinnegato nella sua via più semplice e conveniente, quella del gasdotto, ma recuperato in quella più complicata e costosa del GNL) e quello americano, che ci costa tre-quattro volte più del prezzo cui i produttori Usa lo vendono sul mercato interno.

L’onda lunga dell’allargamento del 2004

Eppure le risate compiacenti della Von Der Leyen hanno un senso. Sono l’omaggio ai veri azionisti di maggioranza della sua seconda Commissione, quelli che una volta chiamavamo i “Paesi dell’Est”, usciti (e spesso rinati) dal crollo dell’Unione Sovietica e nel 2004 entrati in blocco nella Ue. Gli Stati Uniti furono i grandi sponsor di quell’allargamento e si può ben capire perché: si formò allora una cintura di Paesi scottati dall’esperienza pluridecennale di sottomissione alla Russia e perciò russofobi e assolutamente decisi a porsi sotto l’ombrello protettivo degli Usa, sia attraverso trattati bilaterali sia attraverso la Nato. Se pensiamo che già nel 2008, con Barack Obama, fu costituito in Romania il sistema missilistico Aegis (“difensivo” nella definizione, ma basato su vettori che possono trasportare anche i Tomahawk), possiamo ben capire quella sia stato il processo.

Con gli anni la tendenza si è solo accentuata. E l’invasione russa dell’Ucraina, con l’idea dei Paesi in prima linea nell’aiutare l’Ucraina nella difesa dell’Occidente tutto, le ha impresso nuova accelerazione, avviando invece il declino dell’asse franco-tedesco che per lungo tempo ha dettato le sorti della Ue. Oggi ci ritroviamo con una responsabile della politica estera comunitaria espressa dall’Estonia (1,5 milioni di abitanti) e un responsabile della politica di difesa espresso dalla Lituania (2,9 milioni di abitanti), i quali governano, anche bene, Paesi piccolissimi, lontanissimi dalla realtà di Paesi come Spagna o Italia o Francia. Col massimo rispetto: politici che hanno soprattutto il merito di essere antirussi e graditi agli Usa. Ma come si diceva, coi rancori non si governa. La tentazione di vendicarsi della Russia per i torti passati, vivissima in questi Paesi, ci ha spinti tutti sulla strada di una vittoria impossibile, almeno non nella misura in cui la si voleva. Con le conseguenze che vediamo.

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