Ho sempre detto e scritto che Volodymyr Zelensky, classe 1978, al netto della macchietta cui l’hanno ridotto sia i contro sia i pro, è un personaggio fuori del comune. A tal punto che ho impiegato un intero libro (“Zelens’kyj – L’uomo e la maschera”, Meltemi Editore) per raccontarne la parabola, da figlio della borghesia sovietica “bene” a vindice della libertà ucraina, anzi di quella dell’Europa intera. Da comico a presidente. Da grande evasore con 14 scatole cinesi societarie nei paradisi fiscali a paladino del rigore altrui. Da amico e socio degli oligarchi a nemico degli oligarchi. Il tutto con enorme determinazione e altrettanto coraggio: da quando si lanciò dalla natia e provinciale Krivyj Rih alla conquista dello show business a Mosca a quando, nelle prime ore dell’invasione russa, rifiutò di abbandonare Kiev e rimase per incitare alla resistenza.
I fatti degli ultimi giorni confermano lo spessore e il cinismo di questo politico nato, per un certo periodo occasionalmente prestato al cinema. Rimettiamo in fila i fatti. Donald Trump è in difficoltà rispetto alle promesse sulla guerra in Ucraina fatte durante la campagna elettorale. La pace è molto lontana, i russi sono all’offensiva (anche la regione di Zaporizhzhia è ormai per tre quarti sotto il loro controllo) e Vladimir Putin non cede. Il Cremlino non vuole rompere con Trump ma nemmeno rinunciare agli obiettivi politici che si era posto con l’invasione del 2022. Nello stesso tempo anche il fronte interno è in subbuglio per Trump: a parte la battaglia sui dazi e il “caso Epstein”, il Congresso è pronto ad approvare una proposta del senatore Lindsey Graham per imporre sanzioni secondarie del 500% ai Paesi che commerciano gas e petrolio con la Russia. Il che vorrebbe dire, per gli Usa, aprire un contenzioso molto insidioso con Paesi come Cina, Turchia, India e molti altri. Prendiamo la sola India: quasi il 37% del petrolio che importa viene dalla Russia, che le pratica un buon prezzo. In più, i media indiani parlano con insistenza di un accordo preliminare per l’acquisto da parte di Nuova Delhi di 42 caccia russi Su-57 e 50 Su-35. E l’India è un Paese alleato degli Usa…
Il penultimatum di Trump
Trump vara allora un penultimatum contro la Russia: più armi all’Ucraina (ma solo difensive, e chissà quando arriveranno) e 50 giorni di tempo al Cremlino per arrivare a più miti consigli. Un passo avanti, uno di fianco e mezzo indietro, alla Trump. E qui si vede Zelensky. Non quello delle magliette grigioverdi e dei discorsi ai vari Parlamenti del mondo, della pur necessaria e a tratti inevitabile messa in scena. Ma quello vero, quello dell’astuzia e della tempra. Atto primo: vara un rimpasto di governo (palesemente ispirato da Andrij Yermak, il capo dell’amministrazione presidenziale e il presidente-ombra dell’Ucraina, nonché l’uomo dei contatti con Washington) mirato a promuovere uomini e donne che hanno avuto contatti approfonditi con l’amministrazione Usa. Diventa premier Yulia Svyrydenko, già ministro dell’Economia, e all’ambasciata a Washington va Ol’ha Stefanishyna, già ministro per l’Integrazione nella Nato e nella Ue.
Potrebbe sembrare un gesto di debolezza. Ma Zelensky è un pesce molto difficile da prendere con le mani. E non concede nulla per nulla. Così (atto secondo), qualche giorno dopo, usa il solito sistema (accuse di tradimento e di intesa con i russi, come in centinaia e centinaia di altri casi, peraltro quasi mai arrivati a sentenza) per far arrestare diversi uomini delle agenzie anti-corruzione NABU (Ufficio nazionale ucraino anti-corruzione) e SAPO (Procura speciale anti-corruzione). Poi fa approvare in tutta fretta dal Parlamento dominato da Servo del Popolo una legge che mette le due agenzie sotto il controllo della Procura generale. Il procuratore generale (di nomina presidenziale) è, ovviamente, un suo uomo: Ruslan Kravchenko, un ex procuratore militare, attivo al fronte da Debaltsevo (la disfatta ucraina nel Donbass del febbraio 2015) a Bucha (la strage di civili ucraini da parte dei russi del marzo 2022). Un soldato passato al doppiopetto, a ennesima conferma che sono le forze armate e i servizi di sicurezza la vera base, oggi, del potere zelenskiano.
Perché c’entrano gli Usa
Che cosa c’entrano gli Usa? Erano stati gli americani, all’epoca di Joe Biden, a chiedere l’istituzione delle due agenzie, preoccupati per la sparizione di una parte sensibile delle armi e dei fondi inviati a Kiev per sostenere la resistenza, come testimoniato da diverse indagini avviate dallo stesso Pentagono (vedi qui e anche qui). E così da un lato (il nuovo Governo) Zelensky va incontro agli Usa e dall’altro (castrazione delle agenzie anti-corruzione) manda un messaggio preciso: qui in Ucraina comando io. E stop.
A Zelensky importa poco, in questo momento, delle manifestazioni di protesta degli ucraini, che da trent’anni sognano una società meno corrotta e ladronesca, gli stessi ucraini che nel 2019 l’avevano scelto come presidente proprio credendo alla sua promessa di lottare contro il malaffare. Gli importa solo di trattare con gli Usa, l’elemento decisivo di tutte le equazioni che riguardano il presente e il futuro dell’Ucraina. E Trump ha constatato a proprie spese che razza di negoziatore sia Zelensky, con la rissa alla Casa Bianca, quando il Tycoon credeva che l’ucraino fosse andato a baciargli la pantofola e a mettere la firma sull’accordo sulle terre rare, e invece si è trovato di fronte uno che gli chiedeva armi e denari e la penna non la tirava fuori. Mesi a minacciare, ha passato Trump, per arrivare infine a un accordo che molti ucraini considerano una bufala: Zelensky avrebbe promesso a Trump minerali della cui esistenza non si è nemmeno certi, su terre che in parte sono ora sotto il controllo russo e in parte già appaltati ad altri. In più, Zelensky può sempre appoggiarsi sui (da Trump) detestati europei, che hanno così paura della Russia e sono così interessati alla resistenza ucraina che gli perdonerebbero qualunque cosa. Compresa l’umiliazione delle agenzie anticorruzione per la quale ora spendono qualche ininfluente borbottio.
Anche Zelensky, naturalmente, ha bisogno degli Usa. La guerra va male, un accordo con Putin bisognerà prima o poi trovarlo, e a quel punto si riaprirebbe una serie di giochi politici che, se non governati, potrebbero avere serie conseguenze. Così tutti questi recenti maneggi sanno tanto di trattativa. Forse non è un caso se dalla Casa Bianca non si sente più parlare della necessità di tenere al più presto elezioni parlamentari e presidenziali in Ucraina. Se nessun emissario americano parla più con avversari storici di Zelensky come Petro Poroshenko o Yulija Tymoshenko. Se a parlare con gli inviati di Trump, sia a Washington sia a Kiev, è ormai il solo Yermak, altro che il pallido ministro degli Esteri Sibiha. Qui c’è sotto il futuro del potere di Zelensky e dei suoi. E chi crede di potergli scavare la tomba (politica, s’intende) non si faccia troppe illusioni. Nella gara dei furbi, Zelensky arriva sempre nei primi posti.