Assurgendo al rango di martire e vittima di una persecuzione politica in atto contro di lui, raccogliendo milioni su milioni in donazioni al suo comitato elettorale, Donald Trump ha ipotecato la nomination del Partito Repubblicano nel 2024. Nell’area conservatrice americana l’incriminazione e l’arresto dell’ex presidente sono percepiti come un attacco inaudito da parte della giustizia, usata e agitata dai democratici come arma contro un candidato in corsa per la Casa Bianca. Una preoccupazione comune anche a chi ha dimostrato di detestare visceralmente Donald Trump. Il riferimento è a Mitt Romney, il senatore repubblicano che nel 2019 e nel 2021 votò due volte a favore dell’impeachment del presidente, che oggi scrive: “Il procuratore si è spinto troppo oltre e criminalizzando un suo oppositore politico ha creato un pericoloso precedente che danneggerà la fiducia dell’opinione pubblica nel sistema giudiziario”.
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La debolezza delle accuse
C’è un fondo di verità in questo commento del politico dello Utah: l’impianto accusatorio costruito da Alvin Bragg si fonda su elementi già in possesso della magistratura e il collegamento con il crimine di cospirazione potrebbe risultare debole. D’altronde, il procuratore di Manhattan ha incentrato la sua campagna elettorale nel 2021 sulla promessa di portare Trump alla sbarra. E c’è riuscito. Appare meno probabile però che una giuria popolare di New York voti per assolvere il leader repubblicano. È impensabile, ma sulla neutralità delle giurie negli Stati Uniti bisognerebbe scrivere un trattato.
Quando nel 2017 venne nominato Robert Mueller per indagare sul Russiagate, l’ex direttore dell’Fbi aveva un mandato per verificare che il tycoon non avesse commesso altri reati oltre a quello di essersi servito di un’interferenza straniera per vincere le elezioni. Mueller, nelle sue conclusioni pubblicate nel 2019, dopo aver ascoltato la testimonianza di Michael Cohen (che ottenne uno sconto di pena grazie alle sue rivelazioni) decise di non procedere contro Trump.
La strategia dem
Quindi si tratta di un autogol dem? Biden e i suoi non hanno mai fatto mistero di voler seppellire ed estromettere The Donald dalla politica, affinché ”uno come lui non possa neppure avvicinarsi alle istituzioni in futuro”. Così aumenta la polarizzazione e quella parte di America che il presidente aveva promesso di riunire sotto la sua leadership adesso si sentirà tradita, nonostante il 60% degli statunitensi sia d’accordo con l’incriminazione di Trump.
L’apertura del processo contro l’ex presidente repubblicano svela però un paradosso: e se invece la sua quasi certa ricandidatura ufficiale non fosse altro che un clamoroso assist a Joe Biden? In fondo è quello che i sondaggi hanno continuato a suggerire da quando si sono tenute le ultime presidenziali: in un’ipotetica rivincita del 2020, Biden sarebbe di gran lunga più competitivo contro Trump nel 2024 rispetto a una sfida alternativa con un altro esponente del Gop, ad esempio contro il più giovane Ron DeSantis.
Poi ci sono anche dei messaggi nascosti, che meriterebbero ulteriore attenzione: i consiglieri di Biden hanno fatto sapere che il lancio della campagna elettorale per la ricandidatura del presidente è stato rimandato all’autunno prossimo. A quel punto l’epopea giudiziaria di Trump raggiungerà l’apice, con la seconda udienza per il caso Stormy Daniels in programma il 5 dicembre e lo spettro di nuove incriminazioni nelle altre inchieste ben più gravi di quella in cui è coinvolto nella Grande mela. Insomma, questo marasma politico-giudiziario in corso non andrebbe per nessun motivo immaginato come un gioco a somma zero. Tutti i giocatori in campo hanno fatto segnato il loro punto. La partita è ferma sull’1-1.
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