Un regolamento di conti interno o un tentato colpo di Stato? La domanda circola con insistenza in Giordania dopo che la scorsa notte si è assistito a una raffica di arresti che hanno coinvolto anche il fratellastro del re ed ex principe ereditario, Hamzah bin Hussein.

Per Amman si tratta di un giorno molto particolare. Secondo le prime informazioni, le autorità giordane avrebbero arrestato una ventina di persone. Oltre ad Hamzah bin Hussein e la sua quarta moglie, una donna di origini statunitensi, tra i fermati figurano persone di spicco come tra alti funzionari, dignitari, consiglieri dell’ex principe ereditario e anche l’ex capo della corte reale. Personalità che avrebbero organizzato un tentativo di golpe e che secondo l’agenzia di stampa statale Petra rappresentano una “minaccia alla stabilità del Paese”. E secondo alcune indiscrezioni rilasciate dai media arabi, gli arresti della scorsa notte, arrivati “dopo un attento monitoraggio”, sarebbero solo l’inizio di una lunga inchiesta che vedrà molto probabilmente la cattura di altre persone legate al circuito del fratellastro del re Abdullah II.

Ieri notte la Bbc ha pubblicato un video realizzato dallo stesso Hamzah in cui l’uomo afferma di essere agli arresti domiciliari. Le sue parole sono un atto d’accusa diretto contro il monarca: “Questa mattina ho avuto una visita del capo di Stato Maggiore dell’esercito giordano, il quale mi ha informato che non sono autorizzato ad uscire da casa, a comunicare con le persone o a incontrarle perché ad alcuni eventi ai quali ho preso parte – anche attraverso i social media – sono state espresse delle critiche nei confronti del governo o del re”. Il video, inviato all’emittente britannica dall’avvocato dell’ex principe, si conclude con accuse rivolte alla politica di Abdullah, ritenuto il colpevole dell’attuale situazione in Giordania: “Non sono la persona responsabile della crisi della governance, della corruzione e della incompetenza prevalsa nella struttura del nostro governo negli ultimi 15-20 anni e non sono responsabile per la mancanza di fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini”.

L’intrigo di famiglia diventa però immediatamente un problema di natura internazionale. Perché la Giordania non è un Paese di secondaria nello scacchiere mediorientale ma uno dei pilastri della strategia americana nella regione. Amman ha rappresentato per molti anni una certezza per il Pentagono e la Casa Bianca tanto che il territorio giordano è stato anche utilizzato dalle operazioni di terre delle truppe Usa così’ come le sue basi per gli attacchi aerei. Anche nella prima parte della guerra allo Stato islamico non va dimenticato che il re Abdullah II si mostrò in prima persona come uno dei leader più coinvolti nella guerra all’Isis. E per Joe Biden il re giordano è un elemento molto importante nella sua nuova linea politica da seguire in Medio Oriente, specialmente in una fase in cui Israele ha rinforzato la destra di Benjamin Netanyahu mentre la Casa Bianca tenta di ricucire con l’Iran.

Negli ultimi tempi, i rapporti tra Giordania e Israele sono inoltre peggiorati a causa di alcuni screzi tra i due leader: Israele ha negato l’accesso al principe Hussein per visitare il complesso di Al Aqsa (di cui la Giordania è custode) e Amman, per ripicca, ha vietato il sorvolo dell’aereo di Netanyahu diretto negli Emirati Arabi Uniti. Ma dietro questi incidenti dovuti allo scontro personale tra i due leader si nascondono rapporti molto complessi, che, come ricordato dal Corriere della Sera, hanno comunque permesso allo Stato ebraico di vivere in serenità per quanto riguarda il fronte orientale. La Giordania è stata da sempre stabile, non sconvolta dalle Primavere arabe e da venti estremisti, e questo ha permesso al governo israeliano di evitare problemi su un’altra frontiera. Una stabilità apprezzata (e molto) proprio dagli Stati Uniti, che infatti si sono affrettati a esprimere pieno sostegno al monarca di Amman definendolo “un alleato chiave”.

Sostegno è arrivato anche dall’Arabia Saudita, che attraverso l’agenzia ufficiale Spa ha confermato il supporto alle “decisioni del re di Giordania Abdullah II e del principe Hussein bin Abdullah per proteggere la sicurezza e la stabilità del Paese contro ogni tentativo di sabotaggio”. Ma sul fronte saudita, qualcuno lancia dei sospetti. In passato, il principe Hamzah bin Hussein è stato spesso accusato di avere dei forti appoggi proprio in casa Saud, mentre l’ex ministro delle Finanze, Bassem Awadallah, oggi è un consulente che lavora sia per Riad che in altri Paesi del Golfo. Il Washington Post, che ha sentito fonti dell’intelligence giordana, parla di “influenze straniere” rilevate nelle indagini: può essere un modo per dare un valore diverso a quello che potrebbe essere semplicemente un regolamento tra reali. Ma intanto le accuse rimangono e destano preoccupazione in chi considerava Amman l’unica capitale rimasta tutto sommato estranea ai sommovimenti degli ultimi anni.