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Aung San Suu Kyi e altri esponenti di spicco della Lega nazionale per la democrazia (Lnd) sono stati arrestati in un raid dell’esercito questa notte, a poche ore dall’inaugurazione del nuovo Parlamento. Poi il colpo di Stato. Tutti i poteri in Myanmar sono stati trasferiti al generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate, mentre il generale Myint Swe, fino ad oggi vicepresidente del Paese, è stato nominato presidente ad interim. La decisione è stata annunciata in diretta su Myawaddy TV dai militari, che si sono appellati all’articolo 417 della Costituzione del 2008.

Nelle ultime settimane, l’esercito aveva denunciato delle irregolarità nelle elezioni dello scorso novembre, che avevano visto il trionfo della Lnd di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991 e molto criticata a livello internazionale per la gestione della crisi umanitaria dei musulmani Rohingya, ma ancora popolare tra la maggioranza della popolazione. I militari hanno affermato di aver identificato milioni di casi di frode, tra cui migliaia di minori che risulterebbero tra i votanti. Mentre la Commissione elettorale ha negato l’esistenza di brogli, pur ammettendo alcune imprecisioni nelle liste elettorali.

Venerdì scorso, temendo un colpo di Stato, molte ambasciate presenti in Myanmar, tra cui quella degli Stati Uniti e la delegazione dell’Unione europea, avevano sollecitato i militari ad “aderire a standard democratici”. L’esercito aveva subito rassicurato rispondendo di “voler proteggere e rispettare le leggi”. Oggi, però, è arrivato il golpe. Le truppe armate del Paese hanno annunciato di volere indire nuove elezioni “libere e regolari” alla fine dello stato di emergenza della durata di un anno, per organizzare un trasferimento dei poteri assunti questa mattina.

In realtà, nonostante si è parlato spesso di una “nuova Birmania”, i militari hanno continuato ad avere un enorme potere in Myanmar, controllando la vita politica, economica e sociale del Paese. La carta costituzionale, infatti, non solo ha sempre riservato all’esercito il 25 per cento dei seggi parlamentari indipendentemente dall’esito delle elezioni, ma permette loro di controllare anche il ministero degli Interni, quello della Difesa e quello per gli Affari di confine. La vecchia giunta militare, inoltre, è parte del “Consiglio per la difesa e la sicurezza nazionale”, che in qualsiasi momento avrebbe potuto modificare le leggi considerate pericolose per l’unità e la sicurezza del Paese, con la possibilità di assumere il totale controllo qualora l’integrità del Myanmar venisse in qualche modo minacciata. Proprio quello che hanno fatto alle prime luci dell’alba di oggi.

La sensazione che le cose stavano peggiorando c’era da tempo. Il Tatmadaw – il potente esercito del Myanmar – approfittando della situazione di emergenza per il Coronavirus, infatti, aveva già praticamente ripreso il controllo del Paese. A fine marzo il governo guidato da Aung San Suu Kyi aveva formato un comitato con l’obiettivo di gestire la pandemia. Ma dopo pochi giorni le truppe armate avevano fatto la loro mossa, istituendo una nuova e più potente task force, che non includeva neanche la rappresentanza del ministero della Salute e dello Sport, così come nessuno degli uomini della Signora. A capo di questo comitato formato solo dai militari, c’era proprio il vicepresidente Myint Swe, un generale conosciuto per i suoi precedenti record di arresti e repressione durante la protesta antigovernativa condotta dai monaci buddisti nel 2007. E che ora è stato nominato nuovo presidente.

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