Per gli Stati Uniti l’Asia è una gigantesca scacchiera. Una scacchiera in cui giocare una partita difficilissima con la Cina. Washington muove pedoni e alfieri in tutta la regione. Negli ultimi mesi le mosse sono state diverse. Molte concentrate su Taiwan, ma non solo. Questa settimana gli americani hanno “mosso” i pedoni molto vicino alla Cina (e alla Russia), una mossa che passa dalla Mongolia.

Per la prima volta dopo circa cinque anni il premier mongolo è atterrato a Washington. Luvsannamsrain Oyun-Erden ha incontrato in una visita ufficiale la vice presidente Kamala Harris per un meeting alla Casa Bianca. L’ambasciata mongola a Washington ha parlato di una visita che mira ad approfondire una partnership strategica tra i due Paesi, una relazione avanzata sul piano politico, umanitario, economico e di cooperazione regionale.

La vice di Biden ha sottolineato come l’incontro con il premier mongolo sia la rappresentazione della volontà americana di rafforzare le relazioni con il Paese e con tutti i Paesi dell’Indo-Pacifico, un’operazione diplomatica con al centro temi come il cambiamento climatico, l’appoggio alle democrazie contro le autocrazie (tema dominante della politica estera di Biden) e la gestione di focolai di tensione che minano il sistema globale basato su regole certe. “Il popolo americano”, ha detto Harris, “ha un profondo interesse per l’Indo-Pacifico”. E infatti lei e Biden sono volati nei Paesi della regione ben tre volte: “È nel nostro interesse fare in modo che questa regione rimanga aperta, libera e sicura”.

In realtà dietro al lessico della diplomazia c’è molto di più. La nazione asiatica da 3,4 milioni di abitanti svolge un ruolo di cerniera tra Cina e Russia e quindi per gli americani rappresenta una linea di frontiera fondamentale. Una fonte anonima della Casa Bianca ha spiegato a Politico che Harris e Oyun-Erden hanno discusso di economia e relazioni, ma anche e soprattutto di questioni regionali e globali, compresa l’azione di Mosca e Pechino.

Una cerniera tra Russia e Cina

L’azione diplomatica di Ulan Bator è il riflesso della sua geografia. “Schiacciata” tra Russia e Cina, deve lavorare a stretto contatto coi due Paesi intrattenendo con loro relazioni distese. La Mongolia è uno degli snodi della Belt and Road cinese ma anche il punto di passaggio del gas russo verso i territori della Repubblica popolare. Eppure nel tempo il Paese ha imparato a trovare una sua strada diplomatica, una ricetta per difendere la propria indipendenza ed evitare di essere il vaso di coccio tra i vasi di ferro.

Il Paese ha saputo coltivarsi diversi alleati nell’area come Giappone, Corea del Sud e ovviamente Stati Uniti. La Mongolia ha infatti un accordo quadro con gli americani e intrattiene relazioni esterne abbastanza vivaci, ad esempio ha ospitato un vertice trilaterale con americani e sudcoreani all’inizio di giugno. Questo scivolamento verso gli americani si nota però anche nelle piccole cose. Il premier mongolo, che ha studiato negli Usa, ha parlato di prossimi accordi in materia di spazio e commercio. Un piano cui si affianca anche un dimensione culturale dato che negli ultimi mesi l’inglese è diventato la prima lingua straniera nelle scuole.

Tutto questo fa supporre che sul tavolo del vertice tra Harris e Oyun-Erden sia finita anche la partnership “senza limiti” tra Mosca e Pechino. L’amministrazione Biden è preoccupata che la Cina possa fornire armi alla Russia e che queste fluiscano nel conflitto in Ucraina. La Mongolia rappresenta un possibile punto di transito di queste forniture, non si può quindi escludere che la Casa Bianca voglia informazioni dettagliate dei funzionari mongoli.

A giugno, infatti, il premier ha incontrato a Pechino Xi Jinping, mentre nei mesi scorsi ha avuto contatti diretti con Vladimir Putin. Amar Adiya, ex funzionario del ministero egli affari esteri mongolo, ha raccontato a Politico come gli Usa vogliano sentire direttamente da Oyun-Erden cosa si sono detti con Putin e Xi.

Dallo scoppio della guerra in Ucraina sia la Cina che la Russia hanno aumentato la loro pressione sulla Mongolia per spingerla ad abbandonare la sua equidistanza neutrale. Anche perché da tempo Ulan Bator ha legami con il Pentagono. A giugno soldati delle forze Usa nel Pacifico hanno preso parte a una serie di war game, il Khaan Quest 23. Un intreccio complicato che richiede grandi equilibrismo da parte di Oyun-Erden.

La partita delle risorse

L’occhio americano sulla Mongolia non riguarda però solo la geografia e quei legami con Putin e Xi, ma ha anche fare con le materie prime. Nella vasta battaglia per le risorse che si sta giocando sul quadro globale, Ulan Bator può giocare un ruolo da protagonista. Il Paese è ricco di litio, rame e grafite, tutti elementi fondamentali per guidare la transizione green. Tutti elementi sui cui Pechino ha lanciato una sorta di opa tra America Latina, Zimbabwe e Congo.

La “Minegolia”, come l’hanno ribattezzata alcuni accademici, nel corso del 2023 è stata visitata in almeno un paio di occasioni da funzionari dell’amministrazione Biden. Ad aprile la sottosegretaria per gli affari politici Victoria Nuland ha fatto tappa nel Paese a ridosso del G7 dei ministri degli Esteri in Giappone. Qualche mese dopo una delegazione americana è atterrata nel Paese e ha concentrato i lavori su come migliorare gli scambi di materie prime con gli Stati Uniti.

Per Biden e il suo entourage Ulan Bator è la candidata naturale a entrare nella Minerals Security Partnership, un’associazione transnazionale che lavora per rendere sostenibili e flessibili le catene del valore per le materie prime. Leggendo il nome degli associati si comprende bene come si tratti di un organo a guida occidentale, l’ennesimo disegnato per limitare le mosse cinesi in campo minerario.

I “regali” Usa alla Mongolia

La partita tra americani e mongoli si gioca anche su altri tavoli, in particolare per le richieste di Ulan Bator. La più tangibile è quella che riguarda la stipola di un accordo “Open Skies” per l’aviazione civile. Si tratta di una formula che gli americani hanno giù con altri 130 Paesi e che garantisce alle linee aeree di entrambi i Paesi di operare liberamente. L’attuale compagnia di bandiera mongola, la MIAT Mongolian Airlines, non opera in America.

L’intesa, che verrà formalizzata tra qualche mese, mira a ridurre i tempi di viaggio e attesa. Per la Mongolia un patto in questo senso sarebbe vitale perché ridurrebbe l’isolamento di un Paese senza sbocchi sul mare. Per gli americani rappresenterebbe invece un altro tassello dato che aumenterebbero anche i voli cargo per spostare merci.

E sempre a proposito di merci la Mongolia punta a strappare anche altro da Washington. Dal 2021 al Congresso è bloccata una legge, la Mongolia Third Neighbor Trade Act, che permetterebbe di aprire ancora di più l’economia americana ai beni mongoli, in particolare nel settore tessile.

Il fronte mongolo della grande contesa tra Cina e Stati Uniti per ora è quello più silente, fatto di vertici, incontri e qualche accordo di superficie. Ma ripropone lo stesso schema di quanto visto in altre zone dell’ansia. La creazione di una “coalizione” delle democrazie asiatiche, una ridefinizione delle catene del valore delle materie prime e un piede nel cortile di casa della Cina. Nel 2024 in Mongolia si vota e forse tra i temi della campagna elettorale ci sarà anche questa amicizia con gli americani. Vedremo come andrà il voto, vederemo se l’urna premierà ancora l’equilibrismo mongolo.