L’amministrazione americana non si piega alle pressioni dei suoi avversari interni, che oltre al partito democratico annovera molti esponenti repubblicani. Come si è visto all’atto del varo delle sanzioni contro la Russia, votate da quasi tutto il Congresso.

Trump ha dovuto firmare il decreto, né poteva fare altrimenti dal momento che si sarebbe ritrovato da solo contro il Congresso. Un isolamento che di fatto avrebbe decretato la fine della sua avventura presidenziale.

Però subito dopo la firma, ha voluto ribadire che la ricerca di un accordo con Mosca resta tra le priorità della sua amministrazione. Una determinazione rilanciata tramite l’annuncio del suo Segretario di Stato Rex Tillerson, che subito dopo la firma delle sanzioni ha comunicato la sua volontà di incontrarsi con il ministro degli Esteri russo Sergeij Lavrov a margine di un vertice dell’Asean che si è tenuto a Manila il 6 agosto.

Di questo incontro è filtrato ben poco, ovvero che Tillerson avrebbe spiegato al suo omologo moscovita che gli Stati Uniti avrebbero reagito all’allontanamento di centinaia di suoi diplomatici dalla Russia, contromisura annunciata dal Cremlino in reazione alle sanzioni anti-russe.

Ma il dialogo tra i due diplomatici è durato più di un’ora, e più del previsto, particolare che fa pensare che abbiano parlato di ben altro.

Un incontro che ha avuto una benedizione indiretta da parte del presidente americano, che negli stessi giorni ha espresso gratitudine a Mosca e a Pechino per aver appoggiato le sanzioni contro la Corea del Nord in sede Onu. Dichiarazione non scontata dato il momento più che delicato.

Da queste scarne informazioni si può trarre qualche conseguenza. Trump e la sua amministrazione sono sotto pressione: gli esponenti del Congresso sono caduti preda dell’influenza dei neocon, decisi assertori di un confronto duro con Mosca.

Finora i repubblicani erano rimasti allineati e coperti dietro Trump: la sua popolarità presso i cittadini americani (al di là delle amenità raccontate dalle agenzie dei sondaggi che peraltro avevano pronosticato la sconfitta sicura del tycoon alle elezioni) li aveva costretti a serrare i ranghi. Ciò nel timore che le prossime elezioni di midterm potessero riservare sorprese ai “traditori” del presidente.

Ma evidentemente tale timore è stato superato. O forse più forti e convincenti sono risuonate le sirene neocon. Ai quali si sono piegati. Com’è stato evidente nel precedente voto sulla riforma sanitaria, che Trump voleva modificare emendando la riforma varata da Obama.

La riforma di Trump è stata affondata grazie al voto decisivo di John McCain, come hanno sottolineato tutti i media del mondo. Tanto che la vicenda è assurta a simbolo e paradigma di una svolta del Congresso, dal momento che McCain da tempo si è fatto portavoce ufficiale dei neocon e dell’apparato militar industriale a essi collegato.

Trump ha preso atto della duplice sconfitta subita al Congresso, e ha subito cambiato il capo del suo staff, chiamando al posto di Reince Priebus l’ex generale John Kelly.

Una nomina che peraltro confermava la sua volontà di appoggiarsi sull’apparato militare, dal momento che oggi la sua amministrazione annovera tre ex generali: oltre al sunnominato Kelly, il consigliere alla sicurezza nazionale Herbert McMaster e il ministro della Difesa James Mattis.

Si tratta di quell’apparato militare che ha subito negli ultimi quindici anni le iniziative dei neocon, che hanno lanciato l’America in avventure belliche folli, nelle quali gli interessi degli Stati Uniti sono stati subordinati all’idea di rivoluzione globale propria di tali ambiti.

Una subalternità che ha provocato risentimento e reazione in quegli ambiti militari che hanno visto le loro prerogative e le loro strategie immolate sull’altare dell’ideologia neconservatrice.

Da qui il loro sostegno a Trump, la cui amministrazione può resistere a un confronto tanto duro solo in forza di tale supporto.

Ma appare altrettanto significativo quel che abbiamo accennato all’inizio dell’articolo, ovvero che, dopo aver firmato il decreto che comminava le sanzioni alla Russia, Trump abbia voluto rimarcare che il popolo americano vuole stabilire nuove relazioni con Mosca.

Refrain che peraltro è stato il fondamento della campagna elettorale che lo ha visto vincente contro l’ipotesi clintoniana, sostenitrice di un confronto aggressivo con Mosca.

Con questa affermazione Trump ha di fatto accusato i membri del Congresso di agire contro la volontà del popolo americano. E di tentare di spingerlo ad adottare l’agenda della sua avversaria sconfitta. Insomma le élite starebbero tentando un colpo di Stato. Senza eccessivi spargimenti di sangue, ma pur sempre un colpo di Stato.

Allo stesso tempo il rilancio del dialogo con la Russia serve all’amministrazione Trump a evitare che il deteriorarsi delle relazioni tra Stati Uniti e Russia provochi un qualche incidente tra le due potenze globali, tale da rendere inevitabile un confronto a tutti i livelli.

In questo modo l’amministrazione americana di fatto sarebbe preda dei suoi nemici. Sarebbe cioè costretta ad adottare un’agenda neocon, così come avvenne con George W. Bush che, eletto con un programma moderato basato sul conservatorismo compassionevole, dopo l’11 settembre si ritrovò sequestrato da tali ambiti.

Per questo per Trump è indispensabile che Mosca non si irrigidisca del tutto e che, al di là dei fattori ostativi, possa continuare a sperare in un miglioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Una necessità che il Cremlino sembra aver compreso, tanto che i suoi esponenti politici non criticano il presidente, ma quanti lo stanno spingendo in rotta di collisione con Mosca.

Come si vede la partita geopolitica tra Mosca e Washington si dipana a diversi livelli. E non riguarda solo la pace globale (o almeno un attutimento delle tensioni internazionali). Ma anche la tenuta della democrazia americana, che gli orfani della Clinton (democratici e neocon) vogliono piegare ai propri disegni.

Appare più che bizzarro che la tenuta della democrazia Usa dipenda dai generali dell’United States Army e da Mosca.

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