Una nuova ondata di proteste sta scuotendo l’Iraq. Non si tratta, però, delle manifestazioni antigovernative che da mesi occupano le strade del Paese. Al grido di “A morte l’America“, centinaia di manifestanti si sono scagliati contro l’ambasciata Usa a Baghdad, in un estremo gesto di protesta contro l'”ingerenza americana” nel Paese.

Gli Usa colpiscono l’Iraq

Il motivo dell’assalto è il recente raid americano in territorio iracheno. Domenica scorsa (29 dicembre), alcuni F-15 americani hanno attaccato tre basi – una in Iraq e due in Siria – appartenenti alle Kataib Hezbollah – un gruppo paramilitare iracheno sciita sostenuto dall’Iran e addestrato da Hezbollah -, uccidendo 25 combattenti e ferendone altri 55.

Il casus belli, tale da provocare l’intervento dei bombardieri, è stata l’uccisione di un civile americano presente in una base militare irachena nei pressi di Kirkuk, che ospita le forze della coalizione internazionale anti Isis. Un incidente provocato dal lancio di almeno 30 razzi, che ha visto anche il ferimento di altre sei persone: quattro funzionari statunitensi e due militari iracheni.

Secondo il Pentagono, i razzi sarebbero stati lanciati proprio dai depositi di armi e dalle postazioni di controllo – localizzati nell’area di Al Qaim (provincia di Anbar), nel nord-ovest del Paese, al confine con la Siria – che sono stati poi bersaglio dal raid americano. L’intervento Usa – ha dichiarato il portavoce del Pentagono, Jonathan Hoffman – avrebbe avuto lo scopo di “ridurre le capacità della Kataib Hezbollah di condurre futuri attacchi contro le forze della coalizione”.

La risposta di Baghdad

Baghdad ha accusato il colpo, forse del tutto inatteso. Il giorno successivo all’accaduto (30 dicembre), il ministro degli Esteri iracheno, Mohammed al-Hakim, ha espresso la volontà di convocare l’ambasciatore statunitense a Baghdad, Matthew Tueller – che sembra aver abbandonato il Paese nella notte. Anche il primo ministro iracheno, Adil Abdul Mahdi, ha deplorato il raid americano definendolo “un attacco scorretto e inaccettabile, che avrà conseguenze pericolose”.

Dal momento che la protezione dell’Iraq, delle sue basi militari e di tutte le truppe di stanza nel territorio è di competenza esclusiva delle forze di sicurezza irachene, “i raid Usa hanno violato la sovranità nazionale irachena” – ha dichiarato il Consiglio iracheno – “e le forze americane hanno agito soltanto sulla scia delle loro priorità e decisione politiche”. Un gesto ritenuto gravissimo da Baghdad, che si è detta “costretta a riconsiderare le relazioni bilaterali con Washington e la collaborazione con la coalizione internazionale anti Isis a guida statunitense”.

L’Iraq al centro dell’escalation

L’Iraq è un importante alleato regionale di Iran e Stati Uniti, ma si trova al centro delle tensioni tra le due parti che hanno raggiunto il livello di guardia in seguito al ritiro unilaterale degli Usa dall’accordo sul nucleare.

Nel timore che il suo territorio potesse trasformarsi nel teatro di uno scontro tra “vasi di ferro”, Baghdad ha sempre cercato di tenersi equidistante dalle due parti, da un lato ospitando le forze statunitensi (almeno 5.200 uomini), dall’altro tutelando i profondi rapporti economici, commerciali e militari intessuti con l’Iran.

Da ottobre, in molte manifestazioni di piazza, il popolo iracheno aveva iniziato a opporsi all’Iran, chiedendo la fine della sua influenza nel Paese. Tuttavia, il recente attacco di Washington contro il territorio iracheno potrebbe stravolgere le carte in tavola, catalizzando l’attenzione popolare contro la presenza americana.

Oggi, le bandiere delle milizie sciite irachene, sostenute dall’Iran, sventolano tra la folla di manifestanti, mentre le minacce degli Usa contro Teheran, accusato di orchestrare la rivolta, sembrano non suscitare alcuna reazione da parte di Baghdad.

Il raid americano potrebbe presto far pendere l’ago della bilancia a favore dell’alleanza con l’Iran, sempre pronto a colmare l’eventuale vacuum lasciato da Washington.