Un colpo al cerchio ed uno alla botte: si potrebbe sintetizzare in questa maniera la politica mediorientale degli Usa inaugurata dall’annuncio di Trump di abbandonare la Siria. Un annuncio, quello del tycoon newyorkese, che oltre a spiazzare buona parte del suo entourage viene visto non certo di buon occhio da alcuni suoi alleati internazionali. Le dimissioni di Mattis da capo del Pentagono ne sono una dimostrazione, al pari di alcune perplessità emerse dal governo israeliano. E così, se in Siria l’amministrazione statunitense si mostra determinata a smantellare, almeno ufficialmente, la propria presenza, sul versante iraniano invece il governo di Trump sembra rincarare la dose. Dimostrazione ne è l’organizzazione di una conferenza dal sapore anti iraniano a Varsavia, convocata per il prossimo 13 febbraio. 

La riunione anti Iran 

Ne fa riferimento lo stesso segretario di Stato Usa, Mike Pompeo. In un’intervista rilasciata su Fox News lo scorso 11 gennaio, il capo della diplomazia Usa conferma i lavori preparatori per una conferenza da tenere presso la capitale polacca avente a tema “la pace e la stabilità in medio oriente”. “Ci saranno diversi paesi della regione – dichiara Pompeo – Sia dall’Africa che dall’Asia, oltre ovviamente che dalla stessa Europa”. Una grande conferenza che però, così come sottolineato dalle note di disapprovazione giunte dal ministero degli esteri iraniano verso la Polonia, ha al centro proprio Teheran. E questo perchè, così come esternato dallo stesso Pompeo, trattando di pace in medio oriente si va a toccare anche la possibilità di ridurre l’influenza iraniana nella regione. 

In parole povere, al primo punto nell’agenda del summit c’è l’Iran, percepito per qualche motivo come principale fonte di destabilizzazione del medio oriente. Il punto di vista americano è che, se si parla di pace nella regione, non può non essere citato l’Iran. Anzi, proprio i rapporti con Teheran ed il raggio d’azione del governo degli ayatollah sono da considerarsi come elementi primari da discutere. Ecco perchè la conferenza di Varsavia assume la vocazione di una vera e propria riunione anti Iran, quasi una prova generale per una possibile futura coalizione anti Teheran. E dalla capitale iraniana si chiedono spiegazioni a Varsavia, il cui governo fino a poche settimane fa segue la linea europea volta a salvare l’accordo sul nucleare firmato dagli Usa di Obama e dall’Ue e stracciato da Trump. Una prospettiva, quella americana, che oltre a fare a pugni con una realtà in cui l’Iran non appare certo come fonte primaria di destabilizzazione della regione, sembra più che altro un modo per tenere buoni i “falchi” dell’amministrazione e tranquillizzare gli alleati mediorientali.

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Dopo il ritiro dalla Siria dunque, occorre dare un segnale di distensione verso l’ala più dura dell’apparato diplomatico e militare statunitense, oltre che a rassicurare Israele ed Arabia Saudita che vedono nell’Iran il proprio principale nemico della regione. 

Il ritiro dalla Siria 

Intanto sembra che questa volta per davvero il ritiro americano dalla Siria si stia verificando. Senza ovviamente specificare ovviamente i dettagli della missione, sul Wall Street Journal alcune fonti del Pentagono specificano che la nave anfibia Uss Kearsarge è in navigazione verso la regione con a bordo i marines che hanno il compito di proteggere il rientro delle forze Usa dalla Siria. Da giorni viene notato un certo movimento nelle regioni ad est dell’Eufrate, che indica come mezzi e uomini statunitensi stiano lasciano l’area. Il ritiro degli Usa dal paese arabo, potrebbe significare un’altra importante svolta nel conflitto siriano: con Washington fuori dal campo, i suoi alleati curdi per difendersi dalla Turchia sempre più minacciosa potrebbero trovare un accordo con il governo di Assad. Questo implicherebbe un ridimensionamento delle tensioni nell’area e la possibilità dell’avvio di un dialogo per la futura composizione del paese nel dopoguerra. 

Ma ancora è tutto da verificare, sia perché non è chiaro se quello americano è un ritiro totale o parziale e sia perché, ad oggi, non è dato sapere se ad un ritiro dei militari può coincidere un aumento dell’influenza politico/strategica degli Usa sui gruppi armati ed aiutati da Washington in Siria. Di certo, come detto, l’annuncio del ritiro da parte di Trump fa storcere il naso a molti, a quegli attori cioè che il presidente Usa vuole tranquillizzare promettendo un raddoppio del proprio impegno in funzione anti Iran.