Gli Usa rubano miliardi al Venezuela e per gli aiuti dopo il terremoto mettono quattro soldi

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Le immagini aeree di La Guaira, la cittadina venezuelana su cui il doppio sisma del 24 giugno si è abbattuto con tutta la sua furia devastante, sono l’emblema della peggior catastrofe nella storia recente del Paese sudamericano. Mentre si procede con il tragico conteggio delle vittime — nel momento in cui scriviamo sono più di 2mila —  e il bilancio dei danni, è doveroso analizzare le rovinose conseguenze del terremoto alla luce dello strangolamento economico cui il Venezuela è sottoposto da anni a causa delle sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti, uno degli strumenti utilizzati da Washington per garantire il proprio ordine nella regione.

Washington offre aiuti umanitari al Venezuela mentre continua a controllare le vendite di petrolio del Paese

«Gli Stati Uniti esprimono le più sentite condoglianze al popolo del Venezuela a seguito dei devastanti terremoti di ieri e della tragica perdita di vite umane e delle distruzioni che hanno causato», è stato il messaggio del Dipartimento del Tesoro statunitense pubblicato su X poche ore dopo le due scosse distruttive. Nello stesso post, Washington annunciava che l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) avrebbe emesso la nuova Venezuela General License 60 per facilitare gli aiuti umanitari legati al sisma. Una dichiarazione che, come ha notato il politologo William Serafino, di fatto sembra essere una tacita conferma di due fatti: «Rivela il legame diretto tra sanzioni e limitazioni strutturali delle capacità statali del Venezuela; e secondo, dimostra che l’indebolimento di tali capacità ha amplificato i danni dei terremoti». 

Da gennaio il Paese sudamericano viene definito “amico” da Washington. Nei primi giorni dell’anno, l’amministrazione Trump ha lanciato un’operazione contro Caracas durante la quale decine di persone sono state uccise, mentre il Presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati rapiti e deportati negli Stati Uniti. 

Da quella data, a dispetto delle roboanti dichiarazioni di Donald Trump — che negli scorsi giorni si è spinto a dire che in Venezuela «la gente è felice e balla per le strade» —, poco sembra essere cambiato nella vita della popolazione locale che peraltro, dal raid militare d’inizio anno, si vede sottrarre gran parte delle risorse derivanti dalle riserve petrolifere del Paese. Lo scorso febbraio, il Segretario all’energia Chris Wright — come riportato da Reuters — aveva dichiarato che Washington avrebbe controllato le vendite di greggio venezuelano e il conseguente flusso di fondi «fino a quando non si formerà un governo rappresentativo», aggiungendo che tali transazioni avevano totalizzato oltre 1 miliardo di dollari dalla cattura di Maduro e nei mesi seguenti ne avrebbero fruttati altri 5. 

In un articolo pubblicato su Diario Red – América Latina, il giornalista Bruno Sgarzini cita l’analisi condotta dall’ingegnere Einstein Millán Arcia — ex dirigente di PDVSA, la compagnia petrolifera statale del Venezuela —, secondo cui gli Stati Uniti controllano circa il 70% delle entrate petrolifere del Paese, trattenendo miliardi di dollari necessari per la ricostruzione

In seguito al sisma, dal canto suo, l’amministrazione Trump ha offerto al Venezuela 150 milioni di dollari — una cifra irrisoria se si pensa che è persino inferiore al valore stimato della residenza del tycoon a Mar-a-Lago. Washington ha anche inviato forze militari sul campo, coordinate dal Comando Meridionale e impegnate in un presunto intervento umanitario, considerato dai critici come un tentativo di sfruttare il caos per controllare permanentemente le risorse venezuelane, usando come porta d’entrata La Guaira, area strategica affacciata sul mare e principale scalo portuale del Paese collegato alla capitale Caracas.

Il controllo discrezionale sui ricavi petroliferi e le operazioni militari vanno ad aggiungersi all’uso decennale delle sanzioni — più di mille le misure coercitive unilaterali imposte da Washington — come strumento di pressione geopolitica che ha condotto il Venezuela in una condizione di vulnerabilità estrema.

Una «punizione collettiva» vietata dal diritto internazionale

Il Center for Economic and Policy Research di Washington — attraverso le parole del suo co-direttore, l’economista Mark Weisbrot, — ricorda come il Venezuela abbia subito «la peggiore depressione della storia, senza una guerra, a causa delle sanzioni economiche illegali imposte dagli Stati Uniti». I dati del Fondo monetario internazionale mostrano una perdita del 74% del PIL in otto anni. 

A questi numeri si aggiungono quelli contenuti nell’analisi dell’attuario venezuelano Yosmer Arellán —  riprese dall’Istituto Tricontinentale di Ricerca Sociale — secondo cui le misure coercitive unilaterali guidate dagli Stati Uniti avrebbero causato al Venezuela tra il 2017 e il 2024 perdite per circa 226 miliardi di dollari, pari a oltre il 200% del PIL del Paese nel periodo considerato.

«Questa devastante crisi non è stata un errore, ma un risultato prevedibile per qualsiasi Paese isolato dal sistema finanziario internazionale a causa delle sanzioni e privato anche della stragrande maggioranza dei suoi introiti in valuta estera derivanti dalle esportazioni», si legge sul sito del CEPR. 

Uno studio pubblicato nel 2019, a cura dello stesso Weisbrot e di Jeffrey Sachs, denunciava come il regime di sanzioni finanziarie avviato nel 2017 — per quanto il punto di partenza di tali misure sia stato il 2014, durante la presidenza di Barack Obama, con l’approvazione del Venezuela Defense of Human Rights and Civil Society Act — abbia avuto un impatto più significativo sulla popolazione civile, anziché sul governo. I provvedimenti restrittivi imposti da Washington hanno ridotto l’apporto calorico della popolazione, aumentato le malattie e la mortalità sia tra gli adulti che tra i bambini — si stimano 40 mila decessi tra il 2017 e il 2018 —  e costretto milioni di persone a lasciare il Paese a causa del peggioramento della depressione economica e dell’iperinflazione. Hanno inoltre esacerbato la crisi economica del Paese e reso quasi impossibile la stabilizzazione dell’economia, contribuendo ulteriormente all’eccesso di mortalità. Tutti questi impatti hanno colpito in modo sproporzionato la parte di popolazione più povera e vulnerabile. 

Nella stessa analisi si legge che le sanzioni rientrano nella definizione di punizione collettiva della popolazione civile, come descritto nelle convenzioni internazionali di Ginevra e dell’Aia, di cui gli Stati Uniti sono firmatari. Sono inoltre illegali ai sensi del diritto internazionale e dei trattati firmati dagli Stati Uniti, e sembrerebbero violare anche la legge statunitense.

L’ufficio del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) in Venezuela stima che i danni preliminari causati dai terremoti potrebbero raggiungere i 6,7 miliardi di dollari, pari a circa il 6% del PIL. La natura mutata delle relazioni tra Stati Uniti e Venezuela in seguito al rapimento di Maduro ha portato al consolidamento del potere dei fratelli Delcy e Jorge Rodríguez e all’affermazione di quello che la politologa Luz Mely Reyes ha definito «autoritarismo adattivo», una condizione in cui il regime mantiene il controllo assoluto ma cerca l’efficienza economica e una normalizzazione dei rapporti con Washington. «Il Venezuela si sta affermando come la prima colonia aziendale del XXI secolo», si legge in un pezzo dell’analista venezuelana per El Pais América Latina. 

Il terremoto che si è abbattuto sul Paese sarà probabilmente usato come un’arma politica usata per accelerare questi processi, a discapito del popolo venezuelano.