Diventa fotoreporter IMPARA DAI PROFESSIONISTI

Il 5 agosto, l’amministrazione Trump ha ripristinato una prima serie di sanzioni contro la Repubblica islamica dell’Iran sospese nell’ambito dell’accordo nucleare (Jcpoa). Ma la maggior parte delle sanzioni contro Teheran non torneranno in vigore fino al 5 novembre, a 180 giorni esatti dall’annuncio dello scorso 8 maggio da parte del presidente Donald Trump. In quella data, tutte le sanzioni statunitensi sospese dal Jcpoa saranno ripristinate, inclusa la più importante di tutte: quella sulle esportazioni di petrolio dell’Iran. Così la “massima pressione” Usa intende far collassare il governo iraniano. Strategia ricca di insidie e dall’esito tutt’altro che scontato.  

Nella guerra delle sanzioni c’è l’incognita cinese

Secondo Foreign Affairs, le sanzioni sulle esportazioni di petrolio hanno il potenziale per essere devastanti per Teheran. Il vice ministro del petrolio iraniano Habibollah Bitaraf ha dichiarato a giugno che il governo ha stimato circa 50 miliardi di dollari dalla vendita di petrolio nell’anno fiscale 2017 e che il petrolio e i prodotti petroliferi rappresentano il 70% delle esportazioni totali del Paese. Il più grande acquirente di petrolio iraniano, tuttavia, è anche la grande potenza rivale degli Stati Uniti, la Cina, che ha già dichiarato di voler rispettare gli accordi presi nell’ambito del piano d’azione congiunto globale (Jcpoa) che gli Stati Uniti hanno abbandonato. 

Come spiega Foreign Affairs, infatti, “Trump dovrà gestire la diplomazia con il più grande cliente iraniano, la Cina, che ha preso decisioni sul petrolio di Teheran nel più ampio contesto delle crescenti tensioni commerciali tra Pechino e Washington. Dovrà portare avanti una campagna implacabile contro l’elusione delle sanzioni. E dovrà affrontare il fatto che le sanzioni unilaterali statunitensi sull’acquisto di petrolio dell’Iran potrebbero accelerare gli sforzi globali per costruire un meccanismo che i Paesi stranieri potrebbero utilizzare per condurre gli scambi nonostante le sanzioni statunitensi anche in futuro”.

Inoltre, martedì scorso Teheran ha annunciato che venderà il petrolio iraniano a prezzi scontati ai clienti asiatici, tra cui la Cina. Come spiega l’Irna, l’agenzia stampa iraniana, la decisione “è stata presa in base alle norme del mercato e in armonia con lo sconto offerto da altri esportatori di petrolio”. 

Gli Usa sostengono le proteste contro il governo

I funzionari statunitensi sperano che il forte calo della valuta iraniana e le sanzioni possano alimentare le proteste contro gli ayatollah capaci di far crollare il governo. In particolare, come riporta Al-Monitor, i funzionari della Casa Bianca hanno dichiarato di sostenere i manifestanti iraniani che invitano il regime a smettere di spendere soldi e risorse per sostenere il presidente siriano Bashar al Assad, le milizie sciite e i gruppi che, sempre secondo gli Usa, vogliono destabilizzare la regione (ma sarebbe meglio dire che rappresentano una minaccia per i partner regionali di Washington, ossia Arabia Saudita e Israele).

“Quello che stiamo notando è che tante delle cose che i manifestanti chiedono sono le stesse che gli Stati Uniti e le altre nazioni del mondo stanno richiedendo al governo iraniano”, ha spiegato un funzionario americano interpellato da Al-Monitor.

E se le “massima pressione” contro Teheran non facesse altro che favorire le componenti più conservatrici della società iraniana, ottenendo così l’esatto opposto di ciò che sperano Bolton e Trump? Secondo Jamal Abdi, presidente del National Iranian American Council, Trump si sta muovendo verso una direzione molto pericolosa e sbagliata. “Se i politici statunitensi desiderano aumentare lo spazio per il dissenso politico e la società civile in Iran, dovrebbero rimuovere gli ostacoli al miglioramento del tenore di vita e del benessere del popolo iraniano” sottolinea. “Trump è circondato da consulenti che hanno discusso per anni su come orchestrare una guerra civile in Iran”.

.
Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY