Il coronavirus per adesso sta accomunando molti Paesi solitamente divisi su diversi fronti. È il caso ad esempio di Stati Uniti ed Iran: entrambi i governi sono alle presi con le più gravi emergenze sanitarie che stanno affrontando i propri rispettivi territori. Negli Usa oramai i casi di contagio di Covid-19 sono diventati più di quelli rintracciati in Cina, da cui si è sviluppata l’epidemia, mentre l’Iran ufficialmente comunica 44mila casi, ma potrebbero essere molti di più. Nelle ultime ore tra Washington e Teheran, ai ferri corti soprattutto da quando il 3 gennaio scorso un raid americano ha ucciso il generale iraniano Soleimani, è sembrato aprirsi un tenue spiraglio di dialogo proprio in virtù dell’emergenza coronavirus. Ma la strada, nonostante la comune tragedia, appare in realtà molto più complicata.

L’offerta di Mike Pompeo

In una conferenza stampa tenuta a Washington, il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha dichiarato nella serata di martedì della possibilità di allentare le sanzioni contro l’Iran. Queste ultime sono state imposte e reintrodotte nel 2018, dopo che l’amministrazione guidata da Donald Trump ha deciso di non continuare la strada tracciata dall’accordo sul nucleare del 2016, quando alla Casa Bianca sedeva Barack Obama. Una mossa, quella del tycoon newyorchese, che ha inaugurato una stagione di più forte contrapposizione con l’Iran. Il culmine, come detto, è arrivato lo scorso 3 gennaio con il raid che a Baghdad ha ucciso il principale artefice della strategia politica e militare iraniana in Medio Oriente.

Pompeo, dal canto suo, ha parlato di una sorta di tregua per permettere il passaggio di aiuti sanitari verso l’Iran. Qui l’epidemia ha iniziato a fare paura già a fine febbraio: il primo focolaio si sarebbe sviluppato nella città di Qom, dove lavoravano alcuni operai cinesi. Da allora, i contagi sono cresciuti repentinamente con l’epidemia che, nonostante le dichiarazioni ufficiali di Teheran, è sembrata fuori controllo. Più volte il governo iraniano ha puntato il dito contro le sanzioni, responsabili secondo lo stesso presidente Hassan Rouhani di aver causato in alcuni casi l’impossibilità di reperire tutti i mezzi e le medicine necessarie per affrontare l’epidemia.

“Siamo disponibili – ha affermato il Segretario di Stato Usa – a prendere in considerazione un allentamento delle sanzioni economiche contro l’Iran e altri paesi per consentire loro di affrontare la pandemia di coronavirus”. Un atteggiamento in controtendenza a quello anche dei giorni più recenti, in cui invece da Washington non erano giunte aperture verso l’Iran: “Specifichiamo – ha però tenuto a precisare Pompeo – che le forniture umanitarie e mediche sono esenti dalle sanzioni”.

La risposta di Rouhani

A stretto di giro di posta, da Teheran sono arrivate le reazioni dei leader iraniani. A partire dallo stesso presidente Hassan Rouhani: “Gli Stati Uniti hanno perso un’opportunità storica di revocare le sanzioni – ha dichiarato il capo del governo iraniano, palesando un certo scetticismo circa le proposte di Pompeo – Era una grande opportunità per gli americani di chiedere scusa e di togliere sanzioni ingiuste all’Iran”. Secondo Rouhani dunque, da Washington non ci sarebbero reali intenzioni di togliere al più presto le restrizioni nei confronti del proprio Paese: “La loro ostilità nei confronti degli iraniani è evidente”, ha aggiunto poi il presidente. 

Rouhani, che ha pronunciato queste frasi in un discorso trasmesso dalla Tv di Stato, ha poi voluto in qualche modo ridimensionare la portata stessa delle attuali sanzioni nell’impatto sulla lotta contro l’epidemia: “Le sanzioni non sono riuscite a danneggiare il nostro impegno nella lotta contro il coronavirus – ha affermato il presidente iraniano – siamo praticamente autosufficienti nella produzione di tutto l’equipaggiamento necessario a combattere il coronavirus”. Un discorso terminato poi con una frecciata non troppo velata agli Stati Uniti: “Abbiamo avuto più successo di molti altri Paesi nella lotta contro questa malattia”, in riferimento alle difficoltà attuali del governo di Washington nell’affrontare la pandemia.

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