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L’amministrazione Trump è pronta ad accettare il proseguimento del governo del presidente Bashar al-Assad fino alle prossime elezioni presidenziali in programma nel 2021. Questo è quanto riporta il New Yorker, che cita le rivelazioni fornite da alcuni funzionari europei e statunitensi. In questa scelta non vi sarebbe in realtà una precisa strategia del governo statunitense, quanto una sostanziale accettazione della realtà dei fatti. “La decisione degli Stati Uniti riflette le opzioni limitate dell’Amministrazione, la realtà militare sul terreno e il successo degli alleati siriani russi, iraniani e di Hezbollah nel sostenere l’assediato regime di Assad”, così scrive Robin Wright, indicando quali sono le motivazioni dietro la scelta forzata della Casa Bianca di accettare ormai una Siria guidata da Assad quantomeno nel medio termine, contraddicendo anche le parole del segretario di Stato, Rex Tillerson, il quale non troppe settimane fa aveva espresso la sua contrarietà a un futuro dell’alauita alla guida di Damasco. Ma questa è la guerra: Assad e i suoi alleati hanno vinto sullo Stato islamico, i ribelli sono ormai contenuti in alcune sacche di resistenza monitorate dalle forze di sicurezza siriane e le opposizioni, che avrebbero dovuto prendere il potere per sostituire il governo, latitano all’ombra dei palazzi di Riad.

Dal 2014, gli Stati Uniti hanno speso più di 14 miliardi di dollari nella loro campagna aerea contro il sedicente Stato islamico e ha schierato circa duemila soldati per coadiuvare le operazioni delle Syrian Democratic Forces. La strategia Usa in Siria, per quanto poco definita, aveva come colonne portanti il sostegno alle Sdf e ai curdi delle milizie del Rojava. Ma non avevano fatto i conti con l’intervento russo e con quello delle forze iraniane e di Hezbollah a sostegno dell’alleato a Damasco, né, soprattutto, con il cambio di casacca di Erdogan, che è stato il vero ago della bilancia della guerra siriana. Ora, il governo della Siria controlla la maggior parte del territorio, soprattutto le sue città principali, quelle che gli analisti statunitensi chiamano “la Siria utile”.

La vittoria sullo Stato islamico, resa evidente già a inizio autunno, ma dichiarata in maniera definitiva nelle ultime settimane dopo l’annuncio di Putin e dopo quello dell’iracheno al Abadi, apre adesso lo scenario del dopoguerra. Una fase molto delicata, forse anche più complessa della guerra stessa, in cui i blocchi internazionali sono evidenti e dove l’ultima parola sembra sicuramente non essere quella di Damasco. Gli Stati Uniti, e con essi i partner arabi e quello israeliano, da questa guerra hanno ottenuto pochissimo. E adesso, fallita la loro strategia di rovesciamento del governo congiuntamente alla sconfitta di Daesh, devono ottimizzare quel poco che hanno guadagnato sul campo. Ma è del tutto evidente che l’obiettivo di regime change è ormai quasi definitivamente accantonato. Assad ha vinto ed è mantenuto al potere dai suoi alleati più potenti. La Turchia non ha più interesse a rovesciare il governo di Damasco perché ha ottenuto garanzie d’influenza e, soprattutto, è riuscita ad assestare un duro colpo ai curdi. I gruppi di opposizione siriani sostenuti dagli Stati Uniti rimangono totalmente impalpabili e, nel corso della guerra, hanno dimostrato di avere una voce estremamente residuale. Dividendosi in fazioni tra loro ostili, incapaci di avere una linea chiara e condivisa e privi di una leadership forte, la loro richiesta che Assad lasci il potere e che questa sia la precondizione per una transizione politica è diventata semplicemente irrealistica.

Con l’attacco missilistico contro la Siria in risposta alle immagini provenienti da Khan Shaykhun, sembrava che Trump avesse scelto l’opzione della guerra al governo di Damasco, contraddicendo i suoi precedenti pensieri sulla Siria. Ma quell’attacco si è rivelato in realtà una semplice mossa propagandistica mai susseguita da un reale impegno sul territorio. Il blocco di Astana si andava ormai consolidando, ed era questione di mesi prima che diventasse il vero padrone dello scacchiere siriano. Adesso, l’unica strategia rimasta alla Casa Bianca è di sperare nelle elezioni siriane del 2021 come momento in cui ripensare alla fine del governo di Assad. Ma le condizioni sembrano proibitive. La Siria è un Paese devastato dalla guerra, ci sono milioni di profughi che probabilmente non rientreranno in patria prima di quella data, e ci sono enormi problemi infrastrutturali e di mancanza di lavoro. Le elezioni, che dovrebbero essere sottoposte a un rigido contro dell’Onu, si potrebbero rivelare un processo difficilissimo e soprattutto con altissime possibilità che il presidente siriano vinca, confermandosi alla guida del Paese. In quel caso, la strategia americana, già ampiamente contraddetta nei fatti, diventerebbe del tutto fallimentare.