La notizia è di quelle da coup de théâtre: quando i “piccoli” non sono in grado di tenere la barra dritta, tocca ai giganti mettere le cose a posto. Questa volta è toccato a Henry Kissinger, cento primavere da poco compiute, provare a ricostruire un dialogo con Pechino, dal basso della sua America claudicante. L’ex segretario di Stato Usa è giunto in visita in Cina, ove ha incontrato il ministro della Difesa Li Shangfu: Cina e Stati Uniti devono “eliminare le incomprensioni, coesistere pacificamente ed evitare il confronto” sono state le sue prime dichiarazioni. La visita non annunciata di Kissinger coincide con il viaggio in Cina dell’inviato speciale degli Stati Uniti per gli affari climatici John Kerry.

Nel colloquio con Kissinger, il ministro Li ha sottolineato che gli Stati Uniti dovrebbero avere “un giudizio strategico corretto” sulla Cina: “Siamo sempre stati impegnati a costruire relazioni sino-americane stabili, prevedibili e costruttive e speriamo che la parte statunitense collabori con la Cina per attuare il consenso raggiunto dai due capi di Stato e promuovere congiuntamente lo sviluppo sano e stabile del rapporti tra i due Paesi e le due Forze Armate”, ha affermato, secondo quanto riporta una nota della Difesa cinese. Un dettaglio, tanto per sottolineare il credito di cui gode Kissinger in Cina, tutt’oggi: Li è un generale sanzionato nel 2018 da Washington, che il mese scorso si era rifiutato di incontrare il Segretario alla Difesa Usa Lloyd Austin a margine dello Shangri-La Dialogue a Singapore.

L’ “effetto Kissinger” può funzionare?

Nel momento più complesso delle relazioni tra Washington e Pechino, aggravatesi a suon di Coronavirus, palloni spia, guerra in Ucraina e corsa ai chip, ora si spera di solleticare l’effetto Amarcord con Pechino. Del resto, la stessa missione Kerry, nel suo piccolo, possiede il medesimo tipo di pretesa: nell’aprile del 2021, Kerry era atterrato a Shangai diventando il primo uomo della Camelot bideniana a mettere piede in Cina. Questo perché si vuol fare del clima l’immensa zona franca all’interno del quale scrivere la distensione ma condurre anche la partita del conflitto economico.

Anche la Cina aveva compiuto un’operazione simile: di fronte a questa possibilità, Pechino aveva perfino richiamato in servizio il settuagenario Xie Zhenhu affinché fosse il principale interlocutore di Kerry, con il quale aveva lavorato assieme e con successo in vista dell’accordo di Parigi del 2015. E aveva funzionato. Del resto, quello di riabilitare squadre di vecchi negoziatori, nella funzione di ambassador at large è sempre una buona idea. Che questo metodo funzioni lo dimostra il fatto che il dialogo e la cooperazione sul clima tra Washington e Pechino restano in piedi nonostante l’uragano che li assedia, al di fuori. Dialogo che, invece, sembra non funzionare ad altri livelli: nessuno ha dimenticato l’incontro a Roma (strombazzato a destra e a manca) tra Jake Sullivan e il suo omologo Yang Jiechi, nel marzo dello scorso anno: il mondo intero vi aveva ravvisato l’inizio di un doppio binario che potesse agire da deterrente nei confronti delle azioni future di Vladimir Putin. E, invece, quella mediazione “pragmatica” cinese che tutti auspicavano non si è mai realizzata. Del resto, Sullivan sarà pure un enfant prodige di Yale, ma non è Kissinger.

Il pragmatismo kissingeriano che manca

Il pragmatismo kissingeriano che ora sembra mancare nei corridoi di Washington resta uno degli strumenti chiave del futuro rapporto Usa-Cina. Colui il quale in Diplomacy nel 1994 profetizzava che il futuro del sistema internazionale sarebbe stato dominato da Stati Uniti, Europa, Giappone, Cina, Russia e India ribadisce anche da Pechino la necessità di un mutamento di passo.

L’intervento di Kissinger, proprio nei giorni di grande furore sul clima in Cina, rimandano ad un altro suo famoso saggio sulla diplomazia di Metternich (A World Restored) dove la politica di potenza si mescola alle regole della collaborazione, all’accoglimento di “valori critici” di tutti i maggiori soggetti internazionali per evitare che questi, spinti fuori dal sistema, assumano posizioni eversive e dunque destabilizzanti. Il ping-pong green con Pechino assume oggi questo tipo di valore, al di là delle specifiche questioni tecniche che è chiamato a dirimere: “Sul nostro piccolo pianeta non ha senso che un miliardo dei suoi abitanti potenzialmente più solerti sia lasciato in irato isolamento”, scriveva Richard Nixon su Foreign Affairs nell’ottobre del 1967.

Le reazioni cinesi

La visita di Kissinger in Cina ha aperto anche a forti, comprensibili reazioni della diplomazia cinese: “Lo sviluppo della Cina ha un forte slancio endogeno e un’inevitabile logica storica, ed è impossibile provare a trasformare la Cina, ed è ancora più impossibile accerchiare e contenere la Cina”, ha detto Wang Yi al centenario Kissinger nel loro incontro, secondo quanto riportato in una dichiarazione del ministero degli Esteri. Una risposta a muso duro all’ossessione del China second a firma bideniana, che ha costituito il naturale prolungamento, in altre forme, dell’America first di Donald Trump: entrambi gli approcci non hanno nulla di pragmatico, tantomeno prospettive futuribili. E ancora, “La politica degli Stati Uniti nei confronti della Cina richiede la saggezza diplomatica di Kissinger e il coraggio diplomatico di Nixon”, ha aggiunto Wang,. “Se Washington desidera sinceramente la stabilità nello Stretto di Taiwan, ha proseguito l’alto diplomatico cinese, “dovrebbe intraprendere azioni per opporsi chiaramente e pubblicamente all’indipendenza di Taiwan’ e tracciare una linea chiara rispetto alle attività separatiste” dell’isola. La richiesta è chiara: negare l’appoggio alla seconda Cina è la richiesta che Pechino fa a Washington per concedere dialogo su tutto il resto.

Un brutto segnale dalla diplomazia Usa

Come si era già detto su queste colonne, questa compartimentalizzazione della diplomazia potrebbe funzionare. Non è, infatti un caso, che un gigante come Kissinger intervenga proprio nel pieno delle negoziazioni green e non su altro. Un meccanismo che potrebbe avere un funzionamento differente rispetto al grande bluff di Nixon e Kissinger: la corsa agli obiettivi climatici potrebbe divenire un gioco a somma positiva, dove alla cooperazione si può sostituire una sana competizione che non è solo “soavemente” benefica per il Pianeta, ma impatta copiosamente su conti pubblici, ricerca, esportazioni, mercati.

La sortita di Kissinger in Cina è l’asso nella manica che probabilmente l’amministrazione Biden coltivava da tempo, sebbene il dipartimento di stato Usa ha riferito che era sì a conoscenza in anticipo della visita in Cina, “una delle molte” fatte dall’ex segretario di stato in quel Paese, ma che Kissinger non sarebbe in missione per conto del governo americano. Difficile crederlo. Ad ogni modo, disturbare un saggio centenario, mettendolo su un aereo per Pechino, è segno di due forze uguali e contrarie: ovvero che l’ “effetto Kissinger” esiste ancora e può sortire effetti, ma è anche, tuttavia, segno dell’inarrestabile declino della diplomazia Usa.