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Politica

Gli Usa e Cuba, non solo Castro: dal soffocamento dell’isola un messaggio anche a Russia e Cina

Un intervento Usa comincerebbe dopo l'invasione: controllare le città, garantire l’ordine, evitare sabotaggi...
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La crisi elettrica come anticamera della pressione americana. Cuba torna a essere ciò che è sempre stata nella geografia profonda del potere statunitense: non soltanto un’isola caraibica, ma una frontiera simbolica. A poca distanza dalla Florida, l’Avana rappresenta da oltre sessant’anni l’anomalia politica che Washington non ha mai davvero accettato. Oggi, però, quella anomalia appare più fragile che mai. Non perché il sistema cubano sia improvvisamente crollato, ma perché tre crisi si sovrappongono: quella energetica, quella sociale e quella strategica.

La visita del direttore della CIA John Ratcliffe all’Avana non è dunque un dettaglio diplomatico. È un segnale. Un segnale tanto più forte perché avviene mentre l’isola è piegata dai blackout, dalla carenza di carburante, dalla mancanza d’acqua, dall’inflazione alimentare e da un malcontento popolare che comincia a uscire dalle case e a occupare le strade. Il capo dell’intelligence americana non si reca nella capitale cubana per una semplice cortesia istituzionale. La sua presenza indica che Washington considera Cuba una questione ormai entrata nella fase critica.

Il paradosso è evidente. Per decenni Cuba ha costruito la propria identità politica sulla resistenza all’impero americano. L’embargo è diventato un argomento di legittimazione, la povertà una disciplina rivoluzionaria, l’accerchiamento una spiegazione permanente delle difficoltà interne. Ma oggi questa narrazione incontra una realtà materiale durissima: quando la corrente manca per venti ore al giorno, quando i frigoriferi non conservano più il cibo, quando gli ospedali restano senza medicinali e l’acqua potabile diventa intermittente, anche il mito politico più radicato comincia a incrinarsi.

Il Pentagono e l’opzione militare

L’ordine impartito al Pentagono di aggiornare i piani operativi per eventuali azioni militari contro Cuba non va letto come un gesto burocratico. È il segnale che la Casa Bianca considera ormai l’isola non solo un problema ideologico, ma un possibile obiettivo di trasformazione politica. Le parole di Donald Trump su un possibile “passaggio” a Cuba dopo la fase più acuta del confronto con l’Iran hanno il tono provocatorio tipico del personaggio, ma rivelano una logica precisa: colpire l’avversario nel momento della sua massima vulnerabilità.

Il punto non è soltanto militare. È politico. Washington sembra voler verificare se il regime cubano sia arrivato al punto in cui la pressione economica, l’isolamento energetico e la minaccia armata possano produrre una rottura interna. Non necessariamente uno sbarco immediato, dunque, ma una sequenza più sofisticata: crisi sociale, pressione finanziaria, intimidazione militare, trattativa riservata con settori dell’élite e costruzione di una transizione controllata. In questo quadro, la visita della CIA assume un valore ancora più chiaro. L’intelligence serve a misurare la tenuta del sistema, a capire quali settori dell’apparato cubano siano ancora fedeli alla linea storica della rivoluzione e quali, invece, possano considerare una soluzione negoziata con Washington. Ogni crisi di regime è anche una crisi di informazioni: chi comanda davvero, chi può tradire, chi può trattare, chi può garantire l’ordine il giorno dopo.

La guerra economica contro l’isola

La crisi cubana non è soltanto economica. È una crisi economica trasformata in arma politica. Il blocco dei rifornimenti energetici, le sanzioni contro chi commercia con l’isola, la difficoltà di ricevere petrolio dal Venezuela e dalla Russia, l’aumento dei costi marittimi e la paralisi dei trasporti hanno prodotto un effetto cumulativo devastante.

Cuba dipende dall’energia importata. Senza gasolio si fermano centrali elettriche, trasporti, distribuzione alimentare, attività private, ospedali, scuole e amministrazioni. Ogni nave cisterna diventa una questione di sopravvivenza nazionale. Il presidente Miguel Díaz-Canel accusa Washington di aver costruito un vero assedio energetico. Gli Stati Uniti rispondono offrendo aiuti economici, ma con una condizione politica implicita: nulla può cambiare davvero senza un cambio di leadership.

Qui siamo davanti a uno schema classico di guerra economica. Non distruggere subito il nemico con i carri armati, ma restringergli progressivamente il campo di manovra fino a renderlo incapace di governare. Non bombardare subito le centrali, ma impedire che arrivino il carburante, i pezzi di ricambio, le navi, le assicurazioni, i finanziamenti. Non occupare subito il territorio, ma creare le condizioni perché il potere appaia inutile agli occhi della sua stessa popolazione.

La corrente elettrica diventa così una questione geopolitica. Il buio nelle case cubane non è solo il risultato di centrali vecchie, infrastrutture logorate e cattiva gestione interna. È anche l’effetto di una pressione esterna che punta a trasformare la vulnerabilità energetica in crisi di legittimità.

Le proteste e il limite della retorica rivoluzionaria

Le manifestazioni popolari all’Avana contro i blackout, la mancanza d’acqua e il deterioramento delle condizioni di vita sono il sintomo più evidente di questa fase. In diversi quartieri della capitale, i cittadini sono scesi in strada battendo pentole e bidoni, mentre le autorità hanno rafforzato il dispiegamento di polizia e limitato l’accesso a internet in alcune aree.

La protesta nasce da bisogni elementari. Non da un programma politico compiuto, non da una strategia rivoluzionaria alternativa, ma dalla stanchezza quotidiana. La gente chiede elettricità, acqua, cibo, medicinali, trasporti, normalità. Ed è proprio questo che rende la crisi più pericolosa per il governo: non si tratta più soltanto di opposizione organizzata, ma di logoramento sociale diffuso.

Tuttavia Washington rischia di commettere un errore antico: confondere il malcontento contro il governo con il consenso verso un intervento straniero. Una popolazione esasperata può contestare il proprio potere politico senza per questo desiderare una restaurazione guidata dagli Stati Uniti. A Cuba la memoria dell’intervento americano, dell’embargo, dell’esilio e della sovranità ferita resta un elemento profondo della cultura nazionale.

Anche chi non crede più nella retorica della rivoluzione può non voler vedere i marines all’Avana. Ed è qui che l’opzione americana diventa strategicamente ambigua: può accelerare la crisi del regime, ma può anche offrirgli l’ultima grande giustificazione per ricompattare il Paese.

Una difesa debole ma una resistenza possibile

Sul piano militare Cuba non può competere con gli Stati Uniti. Le sue forze armate sono limitate, tecnologicamente arretrate e basate in larga parte su equipaggiamenti di origine sovietica. Carri T-55 e T-62, vecchi mezzi blindati, artiglierie datate, sistemi antiaerei superati, una marina ridotta e un’aeronautica ormai quasi simbolica non possono sostenere un confronto convenzionale con la macchina militare americana.

Ma proprio questa debolezza rende più probabile una strategia diversa. Cuba non preparerebbe una guerra tra eserciti. Preparerebbe una guerra di resistenza. La dottrina della “guerra di tutto il popolo”, concepita ai tempi di Fidel Castro, resta il nucleo della difesa nazionale: trasformare l’invasione in occupazione difficile, la superiorità tecnologica americana in un problema politico, la vittoria militare in un pantano.

La distribuzione di guide alla popolazione, gli addestramenti civili, la propaganda sulla resistenza e le immagini di cittadini preparati alla difesa non sono soltanto gesti simbolici. Servono a dire che un eventuale intervento statunitense non si esaurirebbe nella neutralizzazione delle basi cubane. Il vero problema comincerebbe dopo: controllare le città, garantire l’ordine, evitare sabotaggi, proteggere infrastrutture, impedire una guerriglia urbana e gestire una popolazione impoverita ma non necessariamente disposta ad accettare un governo imposto dall’esterno.

Gli Stati Uniti potrebbero vincere la guerra in pochi giorni. Ma potrebbero non riuscire a governarne le conseguenze. È la lezione già vista altrove: abbattere un potere è più semplice che costruire un ordine nuovo.

L’Iran, il Venezuela e la presunzione del cambio di regime

Il paragone con l’Iran è inevitabile. Anche lì le proteste interne erano state lette da molti osservatori occidentali come il segnale di una vulnerabilità definitiva. Ma la pressione esterna, quando assume la forma dell’aggressione militare, spesso produce l’effetto contrario: ricompatta settori della popolazione attorno allo Stato, anche quando quello Stato è contestato.

Cuba potrebbe seguire una logica simile. Il disagio sociale non si traduce automaticamente in disponibilità ad accettare un intervento statunitense. La disperazione può diventare rivolta contro l’Avana, ma anche rabbia contro Washington, soprattutto se l’embargo energetico viene percepito come causa diretta della sofferenza quotidiana.

Ancora più delicato è il possibile modello venezuelano. L’ipotesi di un’operazione contro Raul Castro, sullo schema della cattura di Nicolas Maduro, avrebbe un enorme valore simbolico. Non si tratterebbe soltanto di colpire un anziano dirigente storico, ma di decapitare la memoria politica della rivoluzione cubana. Raul Castro, anche se non governa più direttamente come un tempo, resta il custode ultimo della legittimità storica del sistema.

Una sua incriminazione o cattura sarebbe accolta con entusiasmo dall’esilio cubano-americano della Florida e da una parte del mondo repubblicano. Ma sull’isola potrebbe produrre un effetto opposto: rafforzare l’idea che Washington non cerchi una transizione, ma una resa. E la resa, nella grammatica politica cubana, resta la parola più difficile da pronunciare.

Il ritorno della Dottrina Monroe

La partita cubana non riguarda solo Cuba. Riguarda il ritorno della pressione diretta americana nello spazio caraibico e latinoamericano. Dopo il Venezuela, un’azione contro l’Avana segnerebbe la volontà di ricostruire una sfera di controllo continentale, eliminando gli ultimi residui politici dell’antiamericanismo novecentesco.

È la Dottrina Monroe che ritorna in forma aggiornata: non più soltanto “l’America agli americani”, ma “l’emisfero occidentale sotto disciplina strategica statunitense”. In questo schema, Cuba non è pericolosa per la sua forza. È pericolosa per ciò che rappresenta: la sopravvivenza di una sovranità ostile nel cortile di casa americano.

Il messaggio sarebbe rivolto anche a Russia, Cina e Iran. A Mosca, per dire che gli Stati Uniti non tollerano più presenze simboliche o politiche ostili nei Caraibi. A Pechino, per limitare ogni possibilità di penetrazione economica e tecnologica nell’isola. A Teheran, per mostrare che l’asse antiamericano può essere colpito anche lontano dal Medio Oriente.

Sul piano geoeconomico, una Cuba riallineata agli Stati Uniti aprirebbe scenari enormi: turismo, porti, telecomunicazioni, energia, infrastrutture, edilizia, logistica caraibica, investimenti immobiliari, accesso privilegiato al mercato americano. L’isola potrebbe diventare un grande laboratorio di ricostruzione capitalistica. Ma il prezzo sarebbe altissimo: gestire la transizione di un Paese impoverito, polarizzato, istituzionalmente fragile e segnato da decenni di conflitto politico.

Il paradosso strategico americano

Il vero interrogativo, dunque, non è se gli Stati Uniti siano in grado di colpire Cuba. Lo sono. Il punto è se siano in grado di governare le conseguenze politiche, sociali e regionali di quell’azione. Cuba è militarmente debole, economicamente strangolata, socialmente stanca. Ma proprio per questo è pericolosa. Gli Stati fragili non sono sempre facili da conquistare: spesso sono difficili da stabilizzare. Un intervento contro l’Avana potrebbe apparire, nei calcoli di Washington, come l’ultimo colpo a un regime esausto. Potrebbe invece trasformarsi in una nuova crisi caraibica: meno nucleare di quella del 1962, ma non meno gravida di conseguenze.

La visita della CIA, i piani del Pentagono, la crisi elettrica, le proteste popolari e il collasso energetico appartengono allo stesso quadro. Cuba è diventata il punto in cui la crisi umanitaria si trasforma in opportunità strategica. L’isola al buio non è solo un Paese che soffre. È un campo di pressione, un laboratorio di guerra economica, una prova generale di cambio di regime.

Ma la storia cubana insegna che l’isola ha costruito la propria identità proprio contro l’ipotesi dell’intervento americano. Ogni volta che Washington agita quella possibilità, rafforza anche il mito che vorrebbe distruggere. Questo è il paradosso finale: per far cadere il regime cubano, gli Stati Uniti potrebbero offrirgli l’ultima grande ragione per resistere.

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