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Politica

Gli Usa contro i comunisti: limitato l’ingresso a membri e affiliati del Partito

Le nuove linee guida aggiornate dallo U.S. Citizenship and Immigration Services (USCIS) in materia di immigrazione hanno un chiaro obiettivo: limitare l’ingresso negli Stati Uniti a tutti gli iscritti di un qualsiasi Partito Comunista. Le disposizioni, pubblicate venerdì, puntano chiaramente...
Donald Trump in campagna elettorale a Swanton in Ohio (La Presse)

Le nuove linee guida aggiornate dallo U.S. Citizenship and Immigration Services (USCIS) in materia di immigrazione hanno un chiaro obiettivo: limitare l’ingresso negli Stati Uniti a tutti gli iscritti di un qualsiasi Partito Comunista. Le disposizioni, pubblicate venerdì, puntano chiaramente a danneggiare in primis la Cina, Paese che conta oltre 90 milioni di iscritti al Partito Comunista Cinese (Pcc), che pure non è stato mai nominato in modo esplicito.

L’ultima misura presa da Washington rende pressoché impossibile per i membri del Partito Comunista ottenere la cittadinanza americana o la residenza permanente. Ma che cosa si intende per Partito Comunista? L’avviso dell’agenzia USCIS, intitolato “Inadmissibility Based on Membership in a Totalitarian Party”, parla chiaro: “Salvo diversa esenzione, qualsiasi immigrato intenzionale che sia un membro o affiliato del Partito Comunista o di qualsiasi altro partito totalitario (o suddivisione o affiliato), nazionale o straniero, non può essere ammesso negli Stati Uniti”.

Il motivo di inammissibilità per l’appartenenza o l’affiliazione con un qualsiasi Partito Comunista o totalitario, si apprende dal documento, coincide con una più ampia serie di leggi approvate dal Congresso per affrontare le minacce alla sicurezza nazionale. Le uniche eccezioni concesse sono per le persone che dimostreranno di essersi iscritte al Partito per ottenere un lavoro, cibo o altri elementi essenziali per vivere e di non condividerne la linea ideologica.

Le nuove misure anticomuniste

Come ha sottolineato il South China Morning Post, la nuova misura si basa su una legge risalente al 1918, la stessa che classificava comunisti e anarchici come minacce per la sicurezza nazionale per via delle loro affiliazioni politiche. Nel 1950, in piena Guerra Fredda, Washington ha istituito l’Internal Security Act, il primo atto dedicato appositamente ad escludere i membri stranieri di partiti comunisti o totalitari dal diventare cittadini statunitensi naturalizzati.

Non bastassero già le numerose tensioni militari e commerciali con Pechino adesso, nell’infinito testa a testa tra Stati Uniti e Cina, si aggiunge un nuovo tassello. Un tassello ideologico che, a tutti gli effetti, riporta le lancette al tempo della Guerra Fredda.

L’ultima disposizione Usa è molto generica anche se, come abbiamo visto, appare abbastanza evidente come sia stata pensata appositamente per colpire il Dragone. Piccola curiosità: non ci sono dati ufficiali che quantifichino il numero di membri del Partito Comunista Cinese che abbiano la residenza o la cittadinanza negli Stati Uniti. Certo è che da ora in poi questo numero scenderà drasticamente.

La riscossa dei falchi

Stando ai numeri diffusi dal think tank americano Migration Policy Institute, negli Stati Uniti, nel 2018, si contavano 2,5 milioni di immigrati cinesi. Circa il 5,5% della popolazione totale nata all’estero. Sempre nello stesso anno la Cina ha “rappresentato” 67mila delle 1,1 milioni di persone a cui è stata concessa la residenza permanente negli Usa, classificandosi al terzo posto dietro Messico e Cuba. Le linee guida in materia di immigrazione sono quindi un chiaro segnale lanciato a Pechino dai falchi anticinesi di Washington.

È importante infatti sottolineare che quasi tutti i funzionari del governo cinese sono membri del PCC, così come la maggior parte dei dirigenti delle imprese statali e dei funzionari delle istituzioni pubbliche. Da questo punto di vista l’intento degli Stati Uniti sembrerebbe essere quello di separare il popolo cinese residente in America dal PCC e da tutti i suoi esponenti. Questa volta la Casa Bianca intende fare sul serio, visto che, hanno riferito Reuters e il New York Times, all’inizio dell’anno i politici statunitensi hanno considerato di vietare ai membri del PCC perfino di entrare nel Paese.

Sia chiaro: anche la Cina ha adottato le sue ferree politiche in materia di immigrazione. Dal 2012 in poi, anno dell’ascesa del presidente Xi Jinping, Pechino ha lanciato varie campagne per reprimere i funzionari governativi in possesso di green card americane o altri passaporti stranieri. Secondo le regole del PCC, infatti, i membri del partito rischiano l’espulsione per aver preso la cittadinanza all’estero. La legge cinese, inoltre, vieta a ogni cittadino di adottare la doppia cittadinanza.





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