Durante gli ultimi mesi della presidenza di Joe Biden gli Stati Uniti hanno tentato in tutti i modi di costruire una sorta di Nato asiatica, o meglio ancora di allargare in Estremo Oriente la sfera d’influenza dell’Alleanza Atlantica, nel tentativo di contenere la Cina.
L’ex inquilino della Casa Bianca ha provato, invano, prima a creare una fitta rete di partnership e alleanze con i governi locali – facendo leva su un loro fantomatico desiderio di smarcarsi dall’orbita di Pechino – poi di trascinare gli alleati più strategici direttamente sotto l’ombrello Nato.
Il risultato? Xi Jinping ha incrementato la diplomazia con i Paesi in via di sviluppo del Sud Est Asiatico, con l’Asean e, di pari passo, ha rafforzato i legami economici con le potenze più mature della regione, Giappone e Coraea del Sud comprese, respingendo il doppio tentativo avallato da Biden di isolarlo.
A distanza di qualche anno dal fallimento numero uno, gli Usa stanno riprovando a costruire una gabbia attorno al Dragone. A differenza del passato, quando Biden provava a spendersi in prima persona, l’amministrazione statunitense in carica – nello specifico quella di Donald Trump – non sembra particolarmente orientata a mettere in atto una strategia simile. A interessarsi a questa soluzione, semmai, troviamo il Pentagono e una discreta parte della sfera militare statunitense….

Verso una mini Nato asiatica?
Basta ammucchiate pesanti. La nuova mini Nato asiatica a trazione statunitense, ammesso che prende effettivamente forma, sarà composta da pochi Paesi ma rilevanti sul piano geopolitico. Da questo punto di vista è utile leggere l’articolo pubblicato dal generale Xavier T. Brunson, comandante delle forze statunitensi in Corea del Sud, sul sito web delle medesime Forze Armate degli Usa in Corea.
Secondo Brunson, Corea del Sud, Giappone e Filippine formeranno un “triangolo strategico” per contenere la Cina, “una rete integrata” per effettuare risposte coordinate nella regione in caso di tensioni, crisi, o peggio, conflitti. Tornano poi in mente le recenti dichiarazioni rilasciate dal Segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, secondo il quale le Forze Usa in Corea potrebbero essere dispiegate per “contingenze regionali”, oltre a essere impiegate per scoraggiare le minacce della Corea del Nord contro Seoul.
Ricordiamo che Washington schiera circa 28.500 soldati in Corea del Sud, oltre a caccia e velivoli senza pilota. Nell’elenco degli alleati Usa troviamo, come detto, anche Filippine e Giappone, necessari rispettivamente per tenere a bada Pechino nel Mar Cinese Meridionale e “spaventare” il gigante asiatico con i nuovi missili che sta sviluppando Tokyo.

Dubbi, perplessità e rischi
Il paradosso è che la prospettiva di una mini Nato asiatica piace a pochi attori: agli Stati Uniti, al governo nipponico conservatore di Takaichi Sanae, a Taiwan. Non alle Filippine, visto che in tempi non sospetti Gilberto Teodoro, Segretario alla difesa del Paese, ha stroncato questa ipotesi affermando che le complesse “dicotomie e divergenze negli interessi dei Paesi” all’interno della regione offuscherebbero la prospettiva di un’alleanza militare unificata.
Manila è stata chiara: va bene collaborare militarmente e strategicamente, ma che ognuno sia padrone a casa propria. Anche perché, come dimostra il caso giapponese, spalleggiare Washington contro Pechino significa affrontare in prima battuta il Dragone senza particolari aiuti e supporti da parte degli Usa.
Quando, sobillata dagli Stati Uniti, Takaichi Sanae ha esposto il proprio pensiero su Taiwan, il governo cinese ha risposto con veemenza scatenando una preoccupante crisi diplomatica con Tokyo. Ecco, Seoul, che pure è costretta a lavorare di sponda con gli Usa per spaventare Kim Jong Un, non ha intenzione di compromettere i rapporti commerciali con la Cina. Insomma, forse questa mini Nato asiatica non s’ha da fare…


