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L’apertura dell’America all’Iran, che si è concretizzata con l’accordo sul nucleare il 14 luglio scorso, rappresenta una sfida per Washington. Il regime degli ayatollah è stato sdoganato, come ha dimostrato il tour del presidente iraniano Hassan Rouhani in Italia.

La Casa Bianca sembrerebbe girare, ma solo in parte, le spalle allo storico alleato mediorientale. I motivi di questa scelta sono molteplici. Lo Stato di casa Saud è in crisi a causa dell’abbassamento del pezzo del petrolio. Il piano americano e saudita per far cadere Bashar Al Assad è fallito e gli americani devono cercare nuovi alleati. Tra questi l’Iran.

Un’analisi precisa di quanto sta accadendo tra America e Arabia Saudita l’ha realizzata Ennio Di Nolfo, professore emerito all’Università degli Studi di Firenze, per l’Ispi.

Per anni l’America è riuscita a portare avanti alleanze sia con l’Iran che con Riyad: “La stretta intesa tra l’Iran e gli Stati Uniti risaliva all’intervento della CIA per la restaurazione di Reza Pahlavi II contro Mossadegh, nel 1953; e quelle con l’Arabia Saudita, anche trascurando gli investimenti petroliferi precedenti la seconda guerra mondiale, erano riconducibili al leggendario e fruttuoso incontro fra Roosevelt e Ibn Saud, il 14 febbraio 1945. Entrambi questi alleati interpretavano una loro politica imperialistica localizzata e, di conseguenza, subordinata a quella globale degli Stati Uniti. Per entrambi il potere era consolidato dal predominio nella produzione del petrolio e dal condizionamento esercitato sui paesi dell’OPEC”.

Tutto cambia nel 1979. Eliminato lo scià, gli Usa diventano “il grande Satana”. I rapporti si fanno sempre più tesi fino al 14 luglio scorso. Ma mentre la tensione tra Usa e Iran cala, aumenta quella tra Teheran e Riyad, In Yemen – dove i sauditi continuano a sganciare bombe sulla minoranza degli Huthi. L’escalation più violenta si è avuta il 2 gennaio scorso, quando l’Arabia Saudita ha giustiziato il leader sciita Nimr al-Nimr.

Come nota Di Nolfo, l’apertura all’Iran è stata voluta “dall’amministrazione Obama”. Tutte queste decisioni “difficilmente saranno modificate dal prossimo presidente Usa”. Uno scenario interessante, anche in vista delle prossime elezioni in America.

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