Dopo il primo viaggio del segretario della Difesa statunitense Lloyd Austin – accompagnato dal Segretario di Stato Antony Blinken – in Giappone e Corea del Sud, la massima carica del Pentagono è tornata nell’Indopacifico per rinsaldare i legami coi partner degli Stati Uniti invocando quello che ha definito “un nuovo ordine regionale”.

Questo secondo tour ha toccato Singapore, il Vietnam e le Filippine, tre Paesi chiave per gli interessi statunitensi, e proprio dal piccolo Stato asiatico Austin ha sottolineato la necessità di una “deterrenza integrata” che consiste nell’utilizzare le capacità esistenti, crearne di nuove e distribuirle tutte in modi nuovi e collegati in rete, il tutto a misura del panorama della sicurezza della regione e in collaborazione crescente con gli amici e partner degli Usa.

Washington, quindi, continuerà a sostenere la causa di “un ordine regionale più equo, aperto e inclusivo” e a diffondere “i nostri valori” per garantire che tutti i Paesi ottengano un trattamento equo in quanto “nessun Paese dovrebbe essere in grado di dettare le regole o, peggio ancora, buttarle oltre lo specchio di poppa”.

Come parte di questo, Austin ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti per la libertà di navigazione dei mari, con particolare riferimento alla Cina e a quanto sta facendo nel Mar Cinese Meridionale.

Da Singapore, il segretario della Difesa ha infatti specificamente menzionato la Cina come un attore assertivo nella regione, affermando che le rivendicazioni territoriali di Pechino sulla stragrande maggioranza di quell’importante specchio d’acqua non hanno alcuna base nel diritto internazionale e calpestano la sovranità di altri Stati, che infatti stanno stringendo legami sempre più stretti con Washington. Austin ha colto l’occasione anche per riaffermare l’impegno degli Stati Uniti nel rispetto del trattato con il Giappone riguardante la sovranità di Tokyo sulle isole Senkaku, anch’esse rivendicate dalla Cina, e alla sua partnership con le Filippine, che ha anche rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale. Una dichiarazione che fa da corollario al “conto” presentato dalla Casa Bianca al governo nipponico per il mantenimento delle truppe Usa su suolo giapponese (pari a circa 1,84 miliardi di dollari).

Proprio questa maggiore assertività sta facendo cambiare la postura di alcuni Paesi della regione Indopacifica: le Filippine, ad esempio, hanno deciso di non rescindere l’accordo che consente alle truppe statunitensi di essere presenti nell’arcipelago, mossa che il presidente Rodrigo Duterte avrebbe voluto fare già cinque anni fa. Il governo di Manila infatti è seriamente preoccupato per le azioni della Cina che ha dimostrato una crescente aggressività nel Mar Cinese Meridionale, e la rescissione dell’accordo avrebbe creato una potenziale rottura con la nuova amministrazione Biden in un momento storico in cui gli Stati Uniti sono visti come un alleato chiave per il loro impegno nel contrastare le mire espansionistiche cinesi.

Il Vietnam, per le stesse motivazioni, guarda agli Usa con sempre maggiore attenzione: in un recente rapporto al Congresso Usa leggiamo che il volume degli scambi commerciali tra due Paesi, nel 2020, ammontava a 90 miliardi di dollari complessivi facendo registrare un +17% rispetto all’anno precedente. Washington, poi, sta continuando a elargire sempre più fondi ad Hanoi: per l’anno fiscale in corso ammontano a 170 milioni di dollari, circa 20% più rispetto all’amministrazione precedente, lasciando così intendere che sta lavorando proprio per troncare la dipendenza del Vietnam dalla Cina e avere un altro alleato forte nell’area.

Del resto, se non fosse stato già abbastanza chiaro, la visita della portaerei Uss Carl Vinson a Danang del 2018 – la prima dal 1975, anno in cui è terminato il sanguinoso conflitto nel Sudest Asiatico – ha rappresentato un chiaro messaggio dell’impegno statunitense nel cercare di stringere a sé tutti i partner possibili per arginare il gigante asiatico.

Proprio il caso vietnamita ci offre lo spunto per poter fare un raffronto della politica americana in Estremo Oriente. Stiamo vivendo un ritorno in auge del Pivot to Asia sebbene in modo diverso rispetto alle amministrazioni precedenti: se durante gli anni di Barack Obama l’attenzione all’Asia si espletava principalmente col sostegno economico al fine di poter “costruire” un partner forte anche militarmente, il passaggio di consegne a Donald Trump ha fatto segnare un piccolo cambio di rotta. Da quello che può essere considerato un parziale disimpegno dal punto di vista militare si è passati a una maggiore presenza delle forze armate Usa in quel teatro: sfruttando la questione nordcoreana il Pentagono ha fatto sentire pesantemente la propria forza grazie al suo strumento aeronavale che si è protratto ben oltre la fine della crisi per la Corea del Nord in quanto le navi, i bombardieri e gli aerei spia e da ricognizione statunitensi sono ancora oggi quasi quotidianamente impegnati in pattugliamenti nei mari orientali.

L’avvento di Joe Biden ha sostanzialmente fuso queste due visioni: l’impegno militare “sul campo” non è diminuito e parimenti si è posta – a differenza del suo predecessore più votato a prendere decisioni unilaterali – maggiore attenzione ai rapporti con partner, alleati e Paesi amici. Il viaggio di Lloyd Austin è servito proprio a questo: a ribadire l’impegno americano nell’Indopacifico ma con un approccio multilaterale, se pur con Washington al vertice decisionale.