Il commento di Sergei Lavrov è lapidario, come spesso accade quando parla il potente ministro degli Esteri russo. Alla domanda sullo stato delle relazioni tra Nato e Russia, il rappresentante di Mosca risponde con una battuta molto chiara: “Non possono essere definite catastrofiche perché può essere definito catastrofico solo qualcosa che esiste davvero”. Una sentenza che Lavrov ha voluto sintetizzare in modo ancora più netto: “Non abbiamo relazioni con la Nato“.

Riavvolgendo il filo, per capire meglio le parole del ministro russo, bisogna tornare indietro al 6 ottobre, quando l’Alleanza atlantica ha deciso di sospendere l’accreditamento presso il comando di Bruxelles per otto dipendenti della missione permanente di Mosca. Secondo il comando Nato, quei dipendenti non erano semplici funzionari della Federazione Russa che lavoravano come collegamento tra Mosca e comandi atlantici, bensì uomini dello spionaggio russo. Non un’ambasciata quindi, ma una centrale di spionaggio: una lente del Cremlino nel cuore pulsante dell’Alleanza che da decenni è il simbolo del blocco occidentale in contrapposizione alle ambizioni di Mosca.

Il governo russo, dopo le prime proteste, ha aspettato qualche giorno. Poi la decisione: sospensione delle attività della missione a Bruxelles e chiusura degli uffici dal primo novembre. Se qualcuno alla Nato vuole parlare con Mosca, ha tenuto a precisare Lavrov, è disponibile l’ambasciata in Belgio. Per il resto, la Russia non sembra intenzionata a fare retromarcia. Le parole del capo della diplomazia russa – giunto in Norvegia per alcuni incontri istituzionali – non lasciano dubbi sui pensieri del Cremlino. E del resto lo stesso portavoce della presidenza, Dmitri Peskov, aveva usato una metafora che esprimeva perfettamente le idee di Mosca: “È impossibile ballare il tango da soli, e non lo faremo”.

Il numero uno della Nato, Jens Stoltenberg, ha provato a evitare lo scontro totale con Mosca dicendosi “dispiaciuto” per questa scelta della Federazione di chiudere la rappresentanza presso il quartier generale dell’Alleanza. Ma le parole del segretario generale appaiono puro formalismo e per il blocco occidentale non sembrano esserci dubbi: i dipendenti espulsi erano spie. E su questo punto, Stoltenberg non sembra disposto a fare alcun tipo di concessione al nemico di sempre. Perché sono proprio le infiltrazioni degli agenti russi a costituire una delle minacce più temute dal personale atlantico.

A Bruxelles intanto si respira un’aria da Guerra Fredda. E gli ultimi giorni dell’ambasciata russa a Bruxelles sembrano anche gli ultimi giorni di un duello che per tanti anni ha caratterizzato la “capitale” europea e dell’Alleanza atlantica. Tanti si domando come mai ci sia stata una tale accelerazione nella crisi tra i due vecchi poli dell’Europa. Altri invece non sembrano essere affatto sorpresi, a tal punto che il quotidiano spagnolo El Pais racconta che in realtà è da circa dieci anni che la Nato lavora su questo problemi delle spie russe nei comandi della capitale belga. Una fonte diplomatica ha rivelato al quotidiano spagnolo che negli ultimi tempi al personale occidentale era vietato perfino accettare un invito personale dall’ambasciata russa. “Niente caffè né una birra, perché tutto ciò che viene detto è suscettibile di essere registrato e di essere utilizzato o manipolato”, questo l’ordine giunto ai dipendenti.

Che gli agenti di Mosca siano un problema del resto è noto anche in Italia. Il caso del capitano Walter Biot, accusato di avere ceduto per soldi informazioni riservate ai russi, è stato un episodio eclatante (ma non l’unico) di questa guerra delle spie che si gioca in tutto il territorio europeo. E che come coinvolge Roma, non può certo escludere Bruxelles, vero e proprio centro nevralgico della politica occidentale, tra funzionari di ogni nazione dell’Unione europea, uomini dell’Ue e comando Nato. Un crocevia di uomini, interessi e comunicazioni che rende la città belga un palcoscenico ideale per le spie che recitano la parte di semplici dipendenti.

Tuttavia, quella città era non solo un luogo di incontri per agenti infiltrati, doppiogiochisti o anche solo ignare vittime della trappola delle spie nemiche. La rappresentanza russa a Bruxelles, con tutti gli alti e bassi tipici del rapporto tra Occidente e Russia dopo la fine della Guerra Fredda, era diventata anche il simbolo di un’epoca meno bellicosa e improntata al dialogo. Il confronto tra spie e tentativi di carpire informazioni facevano parte del gioco, ma quel contatto fisico tra Mosca e Bruxelles (e Washington) serviva anche a dare l’idea che c’era qualcosa che legava i due blocchi nemici. Tutti erano consapevoli che in quell’ufficio isolato dal resto delle rappresentanze poteva nascondersi una centrale di spionaggio: ma evitare di scoperchiare il tutto e condannare pubblicamente quei funzionari significava anche dimostrare di voler dialogare con il Cremlino. Oggi le cose sembrano avere preso un’altra piega. Non per forza positiva.

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