da MinneapolisLa Scandinavia è diventata tema di campagna elettorale negli Stati Uniti. Bernie Sanders, candidato socialistoide rivale di Hillary Clinton nelle primarie, ha detto che l’America dovrebbe guardare al modello sociale scandinavo, «imparare quello che hanno ottenuto per i lavoratori». Hillary, che nasce repubblicana, ha risposto: «Una cosa è certa, non siamo la Danimarca». Si parlava di welfare, naturalmente. E di spesa pubblica. Vista la popolarità dello sconfitto Sanders nella base democratica e soprattutto tra i Millennials, se la Clinton diventerà presidente qualche ingrediente scandinavo nel suo programma lo dovrà aggiungere. Tuttavia le relazioni tra Washington e le capitali del Nord Europa non sono mai state così forti. «Se finalmente riconoscessero che l’America è stata scoperta da un norvegese, potremmo davvero parlare di luna di miele», ha detto l’ambasciatore Kare Aas.In maggio Barack Obama ha organizzato un summit con tutti i Paesi nordici per parlare di cambiamento climatico, rifugiati, soprattutto dell’espansionismo russo nell’Artico. «Un’intesa quasi esagerata», ha commentato Obama. Dopo anni di relazioni altalenanti, è soprattutto la questione russa ad aver portato la politica americana sulla sicurezza in sintonia con gli scandinavi, anche se Svezia e Finlandia non fanno parte della Nato. Ma questi due Paesi stanno assumendo un atteggiamento sempre meno passivo nei confronti dell’inquieto vicino, delle sue manovre e provocazioni militari, delle navi spia di pattuglia lungo le coste dell’Artico europeo. Il governo norvegese ha appena messo in acqua una nave ascolto, Marjata, costruita nei cantieri del Nord Carolina.Difficile capire se l’intesa continuerebbe in caso di vittoria di Donald Trump. La maggioranza degli scandinavo-americani vota tradizionalmente repubblicano, e infatti Trump si è affrettato a correggere il tiro sulle origini dei suoi antenati, non più tedeschi, ma svedesi. Ma gli elettori degli Stati conservatori del Midwest settentrionale dove gli scandinavi sono perlopiù concentrati, sono anche profondamente antirussi e patriottici. E le gaffe del candidato repubblicano sul mailgate di Hillary e l’incoraggiamento agli hacker russi e al Cremlino perché rivelino il contenuto della corrispondenza della rivale, sono viste come un attacco a uno dei mantra del civismo americano: my Country, right or wrong (giusto o sbagliato, è il mio Paese, ndr).Ma non è solo la politica a subire il fascino boreale. Nelle librerie Usa come in Norvegia, spopola Giganti sulla Terra, il romanzo di Ole Edvart Rolvaag, un norvegese americano che racconta l’epopea del grande esodo della seconda metà dell’Ottocento, un dramma paragonabile solo a quello della biblica migrazione irlandese: oggi negli Stati Uniti ci sono cinque milioni di oriundi norvegesi, una popolazione superiore a quella dell’odierna Norvegia. E nei media si raccontano le storie dei tycoon americo-scandinavi. Come il palazzinaro Andrew Lanquist, che a Chicago ha costruito alcuni dei buildings più amati della città del vento. O come Charles Walgreen, magnate dell’omonima catena di drugstores. Oppure Eric Wickman, fondatore della Greyhound, l’iconica compagnia di servizio pullman. E non poteva che essere di sangue svedese Alexader Samuelson colui che disegnò la celebre bottiglia a curve della Coca Cola.Marzio G. Mian