Cos’hanno in comune Russia, Serbia, Vietnam, Cina e Kazakistan? Sono tutti Paesi che, in questi drammatici giorni in cui il mondo intero sta lottando contro l’epidemia da coronavirus, hanno cominciato a diminuire le esportazioni di generi alimentari verso l’estero, inaugurando di fatto una nuova era di protezionismo che sembra minacciare il mercato globale.

A riferirlo è Tim Benton, direttore dell’ufficio di ricerca in rischi emergenti della Chatam House, un centro studi britannico con sede a Londra. Come si legge in un articolo apparso su Bloomberg, Benton dice che questo meccanismo di “chiusura” dei commerci, ma sarebbe meglio dire delle esportazioni, “sta già succedendo, e tutto quanto possiamo osservare ci dice che la serrata andrà peggiorando”.

Il Kazakistan, ad esempio, uno dei maggiori produttori ed esportatori di farina di grano, ha cessato le esportazioni di questo genere alimentare insieme ad altri, come carote, zucchero e patate; il Vietnam ha temporaneamente sospeso la stipulazione di nuovi contratti per l’export di riso; la Serbia ha cessato le spedizioni di olio di semi di girasole e altri beni mentre la Russia, che lo ricordiamo è uno dei maggiori esportatori di grano insieme a Canada e Ucraina, ha lasciato la porta aperta alla possibilità di decidere eventuali blocchi su base settimanale.

È bene però precisare che al momento si tratta di una manciata di misure, non di uno stop totale delle esportazioni, e che non ci sono segnali al momento di una loro implementazione, ma secondo alcuni esperti l’accaparramento generato dal panico per la pandemia ha innescato un meccanismo perverso che sta portando alcuni Stati a tutelare il proprio mercato interno a discapito di quello estero.

L’assalto ai supermercati, che abbiamo visto un po’ ovunque nel mondo, con l’epidemia praticamente agli inizi porta inevitabilmente ad un aumento dei prezzi al dettaglio, fattore che, unito alla vista degli scaffali vuoti, diffonderebbe a sua volta il panico nei governi che potrebbero decidere ulteriori strette sebbene la mancanza di generi di prima necessità non sia dovuta, per il momento, ad una carenza di materia prima, ma ad un fattore del tutto non strutturale.

Oltretutto l’aumento dei prezzi porta con sé altre conseguenze: l’andamento del prezzo del pane, ad esempio, ha una lunga storia alle spalle che lo ha visto essere la causa dell’inizio di rivolte e instabilità politica. Durante il picco dei prezzi avvenuto tra il 2008 ed il 2011, ad esempio, ci sono state sommosse per il pane in più di trenta nazioni tra Africa, Asia e Medio Oriente. È sempre Benton ad avvisarci che “senza la catena di approvvigionamento del cibo la società va totalmente in pezzi”.

Forse è anche per questo che Paesi prettamente importatori di certi generi di prima necessità, come il grano, stanno correndo ai ripari: Algeria e Turchia hanno emesso nuove offerte di acquisto mentre il Marocco ha prolungato la sospensione dei dazi almeno sino a metà giugno.

La tesi che si legge su Bloomberg è quella che se viene intrapresa la via protezionista, il rischio è quello di disgregare un sistema internazionale che è diventato sempre più interconnesso nelle ultime decadi. La cessazione delle esportazioni per poter fare scorta di particolari generi alimentari avrebbe una pesantissima ricaduta su quei Paesi che dipendono quasi totalmente dalle importazioni: ad esempio la Russia, che rifornisce di grano l’intero Nord Africa, la Cina o il Vietnam che sono grandi esportatori di riso, se dovessero cessare le spedizioni getterebbero nel panico le economie delle nazioni da cui dipendono e perfino quelle di interi continenti, dato che da questo punto di vista la nostra Europa è complessivamente più una importatrice che esportatrice.

Occorrerebbe quindi che i governi lavorassero insieme per superare questo momento di panico ed è sempre Benton a dirlo: “Se non lavorano collettivamente e cooperando per assicurare la catena globale di approvvigionamenti, se pensano solamente a mettere al primo posto loro stessi, si può già dire che la situazione peggiorerà”. Anche tra i funzionari delle Nazioni Unite c’è chi la pensa allo stesso modo. Maximo Torero, del UN Food and Agriculture Organization, ritiene che questo non sia il momento di mettere in atto certe politiche stante quanto stiamo vivendo e, al contrario, bisogna cooperare e coordinarsi.

Bisogna tuttavia dire che i pochi limiti alle esportazioni che stiamo vedendo sembrano non essere destinati a durare proprio per gli stessi meccanismi emotivi che li hanno generati: quando le persone vedranno che gli scaffali resteranno pieni, la smetteranno di fare scorte e quindi i governi a loro volta non intraprenderanno ulteriori misure drastiche, ma anzi faranno marcia indietro.

Occorre però considerare che le pesanti limitazioni alla circolazione delle persone che stiamo vivendo, e che sono anche alla causa di sommosse in Cina proprio nelle province che hanno subito la serrata più coercitiva, potrebbero avere una ricaduta non indifferente in quei settori dell’agricoltura in Europa che più si avvalgono della manodopera a basso costo data dai lavoratori stagionali spesso provenienti dall’Est o dal Nord Africa. Francia, Spagna, Germania, ma anche Italia, questa stagione vedranno ridurre il numero di braccia per raccogliere frutta e verdura dai campi e già in alcune zone, come nel nostro Nord Est dove alcune colture – ad esempio l’asparago – sono già mature, molti prodotti restano a marcire nei campi perché non c’è nessuno a raccoglierli. Secondo una stima di Coldiretti quest’anno mancheranno all’appello circa 370mila lavoratori che arrivano ogni anno dall’estero, principalmente dalla Romania, dalla Bulgaria e dalla Polonia.

Non solo. I controlli alle frontiere per questioni di sicurezza sanitaria hanno allungato vertiginosamente i tempi di attesa: ora si arriva anche a 18 ore di coda per attraversare il confine, e per alcune merci deperibili è semplicemente impossibile arrivare in condizioni idonee per essere vendute.

Insomma il virus sta dimostrando, ancora una volta, tutti i limiti della globalizzazione e di quel mondo interconnesso e “senza confini” che piace molto ai liberal-prog di ogni dove. Il problema, più che essere il rinascere del protezionismo e del nazionalismo, è però il sistema stesso che vige tutt’ora: come anche detto dal presidente francese Macron, se pur in un’occasione diversa “delegare la nostra alimentazione, la nostra protezione, la nostra capacità di prenderci cura del nostro ambiente di vita ad altri è una follia”. Occorre quindi ripensare non solo alle modalità dei rapporti tra le nazioni ma anche a ristrutturare il sistema in modo che si possa garantire, a singoli Stati o ad associazioni di essi, una capacità di resilienza e di auto-sostentamento efficace in caso di emergenze come quella che stiamo vivendo.

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