Sono immagini agghiaccianti e in grado di lasciare chiunque basito quelle che arrivano in questi giorni dagli Stati Uniti d’America, a meno di una settimana dall’insediamento ufficiale del nuovo presidente federale Joe Biden. Militari dispiegati in massa lungo le strade, posti di blocco continui e sbarramenti per non permettere il passaggio della folla; negozi pronti ad abbassare le serrande qualora i toni degenerassero e soprattutto un clima di tensione che nel Paese si pensava ormai dimenticato, ma che dallo scorso anno è tornato estremamente di attualità. E questo scenario, purtroppo, ha due fondamentali cause che hanno contribuito al suo sviluppo: una pandemia che ha atterrato l’umore portando allo stremo della sopportazione la popolazione americana ed una campagna elettorale che da ambo le parti non ha risparmiato il proprio avversario, polarizzando gli animi politici nazionali.

Washington (e non solo) è in assetto da guerra

Dopo l’assalto al Congresso avvenuto nella giornata dell’Epifania per mano di un gruppo molto folto di radicali favorevoli alla presidenza di Donald Trump, la sicurezza del distretto federale (di diretta competenza del governo) è stata messa duramente in discussione. In vista dunque dell’insediamento del prossimo 20 gennaio le misure sono dunque state potenziate, portando per le strade della capitale americana 25mila forze dell’ordine pronte a respingere qualsiasi possibile (e ritenuto probabile) tentativo di assalto a Capitol Hill.

Non è però solamente Washington ad essere stata messa in massima allerta, come riportato dalla testata giornalistica The Guardian. In tutte le capitali degli Stati Uniti infatti gli standard di sicurezza sono stati accresciuti, sottolineando come il clima attuale che si sta vivendo in tutto il Paese sia estremamente acceso e possa degenerare in una nuova serie di proteste e di rivolte. In uno scenario che, come esposto dalla stessa agenzia di sicurezza dell’Fbi, potrebbe portare anche a tentativi di attacchi personali nei confronti del nuovo presidente Biden e della vicepresidente Kamala Harris.

Gli Stati Uniti rischiano una guerra civile

Con il suo insediamento nel 2016 e con le politiche di svolta messe in campo nella gestione politica sia interna sia estera, Trump ha segnato una profonda spaccatura nel mondo americano, polarizzando quelle che sono le ideologie della popolazione americana. In buona sostanza, l’entità del cambiamento che ha attraversato le istituzioni di oltre oceano  ha prodotto una spaccatura profonda tra tradizionalisti della politica e trumpiani, contribuendo al clima attuale che sta investendo il Paese.

La pandemia di coronavirus ed il fenomeno del Black Lives Matter hanno poi fatto tutto il resto, scaldando gli animi soprattutto dei ceti più deboli e creando quella rottura popolo-istituzioni. Cavalcato quindi dal Partito democratico, tutto ciò ha chiuso il cerchio delle proteste ed ha convinto a scendere in strada anche chi manifestava invece in supporto del presidente. E in ultima battuta, questa situazione è degenerata in un clima di scontro perenne, dai connotati che assomigliano sempre di più a quelli di una duratura guerra civile a bassa intensità.

Sebbene le città messe a ferro e fuoco dove le forze dell’ordine non si rivelino in grado di sedare gli animi e le zone fuori dal più totale controllo federale non siano, allo stato attuale, uno scenario plausibile, la natura degli scontri continui deve portare ad una doverosa riflessione. Il mondo americano è sostanzialmente spaccato a metà, polarizzato su posizioni inconciliabili, guidato dalla rabbia causata da una situazione sociale esasperata dal passaggio della pandemia e in una situazione che né repubblicani né democratici hanno correttamente interpretato, se non per scopi elettorali. E la necessità di ricucire questo strappo interno sarà forse la sfida più grande che dovrà affrontare la prossima presidenza americana.

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